I soldi per demolire gli abusi ci sono però nessun sindaco li ha mai chiesti
ANSA
  • Esistono due fondi dedicati: uno con 10 milioni creato da Paolo Gentiloni e un altro, da 50, istituito da Silvio Berlusconi. Ma le domande sono meno del 10%. Ai Comuni non manca il denaro, ma la volontà politica di intervenire.
  • Il surriscaldamento globale ha fuso solo le calcolatrici della propaganda. Uno studio sull’aumento di temperatura degli oceani fa il giro del mondo, finché un professore scopre che tutti i conti erano sballati.

Lo speciale contiene due articoli.

«Bisognerebbe istituire un fondo che contenga le risorse per procedere alle demolizioni» dice (dentro un discorso più ampio) Ambrogio Cartosio, il procuratore di Termini Imerese titolare dell’inchiesta sulla tragedia del maltempo a Casteldaccia, in provincia di Palermo, dove nove persone innocenti sono morte soffocate da uno tsunami di fango e di acqua. Ecco: persino Cartosio, cioè un bravo magistrato, ignora che quel fondo esiste già. Anzi, per la verità, ce ne sono due, entrambi rivolti esclusivamente alle esigenze dei Comuni. Il primo, istituto dall’esecutivo di Paolo Gentiloni in seno al ministero delle Infrastrutture, ha in cassa 10 milioni di euro per il biennio 2018-2019; il secondo, attivo già dal 2004 con il secondo governo di Silvio Berlusconi, ha in dotazione 50 milioni di euro presso la Cassa depositi e prestiti.

Dunque i soldi per gli abbattimenti ci sono. L’obiezione di tanti sindaci, a partire da quella di Giovanni Di Giacinto, primo cittadino di Casteldaccia, non ha ragione di esistere: «Lo Stato o la Regione mi aiutino» si è giustificato Di Giacinto dopo l’ecatombe di Contrada Cavallaro. «Io non ho i soldi per le demolizioni. Il Comune è in dissesto economico dal 2015: posso solo compiere atti di ordinaria amministrazione e abbattere una costruzione abusiva costa mediamente 60.000 euro. Ne abbiamo una trentina da buttare giù, come faccio?».

Per la norma del beneficio del dubbio, come il procuratore Cartosio, può darsi che il sindaco ignori l’esistenza dei fondi nazionali per gli abbattimenti. D’altronde la politica nazionale fa di tutto per occultarli. La ragione? Un evidente interesse clientelistico elettorale.

Gli abusivi, va da sé, portano voti, tanti voti. Meglio chiamarli a sé, come stanno urlando in questi giorni i cinquestelle sul condono di Ischia, bizzarramente contenuto nel decreto legge su Genova (inteso come Ponte Morandi). O come ha tentato di fare più sottilmente il governo di Matteo Renzi nella scorsa legislatura, quando il disegno di legge firmato da Ciro Falanga sul cosiddetto «abusivismo di necessità» (una sanatoria mascherata) venne stoppato soltanto dopo la rivolta guidata da Marco Di Lello, deputato del Partito democratico poi non ricandidato da Renzi (chissà perché…).

Peggio ancora va a livello locale, dove chiudere un occhio, anzi due, è la regola, anche davanti a casi conclamati di demolizioni indispensabili per la salute pubblica. Il rapporto Abbatti l’abuso – pubblicato a settembre da Legambiente – dimostra come le amministrazioni emettano le ordinanze di abbattimento ma non diano poi seguito ai loro atti poiché «nessuno verifica che quanto disposto venga attuato e nessuno paga per il fatto di non agire». Se non quando ci scappa il morto. O i morti.

Intanto, secondo il Cresme, nel solo 2017 in Italia ci sono stati oltre 17.000 nuovi abusi, a fronte delle 14.000 demolizioni eseguite in 14 anni, cioè dal 2004 ad oggi. Perché? Spesso sindaci e assessori – quasi sempre del Sud, spesso del Centro, talvolta al Nord – scelgono la malafede amministrativa invece che la fede ai territori che governano. Tanto è vero che i suddetti fondi nazionali per le demolizioni risultano sottoutilizzati.

Per intenderci: il fondo Gentiloni finanzia – a fondo perduto – gli abbattimenti a patto che i Comuni ne facciano richiesta; risultato: finora circa il 10% dei soldi è stato utilizzato. Quanto al fondo della Cassa depositi e prestiti, a scanso di equivoci si chiama «Fondo demolizione opere abusive»: un titolo più chiaro di così non poteva esserci. Istituito a seguito del decreto legge 269 del 2003, favorisce – scrive la Cdp sul suo sito – «la sostenibilità e la tutela ambientale dei territori del nostro Paese concedendo anticipazioni, senza interessi sui costi (comprese le spese giudiziarie, tecniche e amministrative) relativi agli interventi di demolizioni delle opere abusive, anche disposti dall’autorità giudiziaria». Con una dotazione massima di 50 milioni di euro, «il Fondo ha natura rotativa. Quindi, le sue disponibilità si ricostituiscono dinamicamente mediante i rimborsi effettuati dagli utilizzatori».

Anche sui soldi della Cdp tocca far di conto: sono state appena 326 le richieste di abbattimento avanzate dai Comuni nel triennio 2014-2016 (ultimo dato disponibile). Diviso per tre anni, vuol dire che in media sono stati richiesti stanziamenti per appena 108 demolizioni all’anno, 9 al mese. Tutto questo in un Paese dove – fonte Istat-Rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile) – l’abusivismo edilizio ha raggiunto la cifra record del 19,7%.

Infatti, a partire dal 2005, il numero di costruzioni realizzate illegalmente per 100 costruzioni autorizzate dai Comuni è quasi raddoppiato. Se nel 2005 raggiungeva l’11,9%, nel 2015 toccava il 19,7%. Insomma, in Italia una nuova casa su cinque è abusiva. Al Sud ancor di più: nel Mezzogiorno l’abusivismo edilizio ha raggiunto il 47,3% del patrimonio immobiliare, mentre nelle regioni del Centro è al 18,9% e al Nord al 6,7%.

Quanto ai 71.000 immobili sui quali pende (o pendeva) un’ordinanza di demolizione, l’80% (circa 56.000) rimane sempre in piedi. A meno che la natura matrigna non si vendichi. A Casteldaccia è andata esattamente così. E ora l’Italia piange i suoi ennesimi morti per pioggia. Anzi, per ignoranza o malafede.

Carlo Puca


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