- Maurizio Landini dice che il salario minimo non basta, attacca taglio del cuneo e welfare aziendale e chiede una stretta sul precariato. In realtà il 97% dei lavoratori è protetto da intese nazionali firmate da una sigla o validate dal Cnel.
- La sinistra critica il governo scordandosi che Andrea Orlando, all’epoca ministro, bloccò per ragioni politiche l’accordo ottenuto dall’Ugl. A farne le spese sono stati i fattorini.
Lo speciale contiene due articoli
I cosiddetti contratti pirata, quelli cioè non sottoscritti da categorie o sindacati registrati al Cnel, sono il nemico numero uno del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Peccato che, secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro (aggiornato a dicembre 2022) redatto dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, siano pochissimi.
Landini, in una intervista a Repubblica, sembra non avere dubbi: «Siamo passati in pochi anni da 200 a 1.000 contratti nazionali, di cui 800 pirata», ha detto. «Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», ha continuato. Il governo «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali».
I numeri snocciolati dal Cnel, però, sul tema dei contratti nazionali offrono una fotografia ben diversa. I contratti del settore privato rappresentati dal Cnel in Italia sono in totale 946, 208 di questi sono sottoscritti da categoria legate a Cgil, Cisl o Uil e rappresentativi del 97,1% dei lavoratori italiani (in valori assoluti 12,4 milioni di lavoratori). Di questi contratti, 22 sono legati anche a sindacati come Ugl, Cisal, Confsal e Ciu. Si tratta di accordi sottoscritti da questi ultimi per adesione o firma separata. In questo caso è rappresentato il 31,5% dei lavoratori italiani (circa 4,05 milioni di professionisti). Non mancano nemmeno i contratti sottoscritti esclusivamente da categorie Ugl, Cisal, Confsal e Ciu: secondo il Cnel sono 407 e rappresentano il 6,6% (circa 850.000 addetti). Rappresentano, invece, solo lo 0,3% dei lavoratori italiani quelle intese sottoscritte da categorie di altri sindacati non rappresentati al Cnel: si tratta di 347 contratti nazionali che coinvolgono 43.646 professionisti su un totale di 12,8 milioni di lavoratori legati agli accordi approvati dal Cnel.
Per intenderci, insomma, la realtà appare ben lontana dagli 800 contratti citati da Landini e ancora più limitata se si guarda alla platea coinvolta. Certo, questo non significa che quasi 44.000 persone non meritino tutele sul lavoro, ma il problema della dilagazione dei contratti pirata citati dal numero uno della Cgil per suffragare la causa del salario minimo viene dunque smentita dai numeri diffusi dal Cnel. Verrebbe forse da pensare che Landini consideri come pirata contratti che non sono stati sottoscritti dalle tre grandi sigle sindacali italiane e che il tema del salario minimo altro non sia che una leva per favorire la contrattazione nazionale con le tre unioni di lavoratori.
A dirla tutta, inoltre, nemmeno se tutti i contratti nazionali italiani fossero nati sotto la stella di Cgil, Cisl e Uil questo sarebbe indice di garanzia per i lavoratori. Circa il 30% dei 208 sottoscritti con la «triplice» hanno livelli retributivi al di sotto dei 9 euro lordi l’ora. Questi lavoratori, insomma, meritano di più? Certo. Ma non sembra che, al tempo della loro istituzione i tre sindacati avessero tutta questa intenzione di andare oltre i nove euro proposti oggi da molti partiti dell’opposizione.
Come ha spiegato sulla Stampa Massimo Temussi, ex consulente del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone da poco presidente e amministratore delegato dell’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal), «il tema del lavoro povero è serissimo, ma non si risolve per decreto con il salario minimo o con l’assistenzialismo come si è fatto con il reddito di cittadinanza», ha detto.
Di simile avviso anche Michele Tiraboschi, il coordinatore scientifico di Adapt, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Lo studioso si chiede su Twitter se in tema di salario minimo si stia parlando di «un obbligo a carico dei datori di lavoro o di un vincolo alla libera contrattazione collettiva?». Nel corso dell’analisi stilata da Adapt, si legge che «le intenzioni dei proponenti, seppure non chiarissime, sembrano orientate, almeno nella comunicazione pubblica, in questa seconda direzione e cioè nei termini di un obbligo non solo in capo ai datori di lavoro ma anche dei sistemi di contrattazione collettiva». Solo che, si legge, «questa interpretazione, per quanto sostenibile ai sensi della lettera della proposta, è comunque perentoriamente preclusa dalla nostra Carta costituzionale che, fuori dai limiti di una legge sindacale di attuazione dell’articolo 39, vieta al legislatore di imporre alcun obbligo ai sindacati e conseguentemente ai sistemi di contrattazione collettiva». Inoltre, continua Adapt, «l’imposizione ai contratti collettivi di un minimo tabellare di 9 euro lordi finirebbe per avvantaggiare sicuramente le figure professionali collocate all’ultimo livello dei sistemi di classificazione e inquadramento dei nostri contratti collettivi con forte penalizzazione per i livelli immediatamente superiori (non solo il penultimo) che verrebbero superati».
Per capire cosa succederà, a ogni modo, non resta ci sarà troppo da attendere: la proposta di legge sul salario minimo legale andrà in Aula alla Camera venerdì 28 luglio.
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