- Continua il pressing sul governo tedesco per porre fine al suo modello di cooperazione con Mosca. Fissati ben due vertici Nato nel Paese guidato da Olaf Scholz. Mentre la stampa accerchia Gerhard Schröder. Eppure a fare affari con lo zar iniziò la stimatissima Angela Merkel.
- Sanzioni, slitta il sesto pacchetto? In bilico l’embargo su greggio e gas. Ue divisa, possibile una dilazione: Italia, Germania e Ungheria contro uno stop rapido.
Lo speciale comprende due articoli.
Non dà segni di tregua il pressing americano nei confronti della Germania. Alle sollecitazioni continue sull’invio di armi e aiuti all’Ucraina invasa, si sommano quelle tese a far adottare un embargo sui prodotti energetici dalla Russia. Nella nuova prospettiva americana, il modello europeo germano-centrico va ridimensionato e ricondotto a una logica geo-strategica. Dunque, è proprio il governo tedesco il primo tra quelli che devono essere disciplinati. Proprio per oggi è prevista una riunione tra i vertici militari della Nato, per decidere come e quanto aumentare il supporto militare all’Ucraina. Il segretario alla difesa Usa, Lloyd J. Austin, ha invitato oltre 30 Paesi Nato, Italia compresa, alla base militare americana di Ramstein, in Germania. Non a caso. Così come non è un caso che il prossimo incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi della Nato si tenga sempre in Germania, a Berlino, il 14 e 15 maggio. È evidente il richiamo di Washington a un’assunzione di responsabilità tedesca nel fosco scenario attuale.
Diversi media americani contribuiscono ad alimentare il clima di assedio nei confronti del governo tedesco. Emblematica la lunga e rara intervista concessa al New York Times da Gerhard Schröder, che da 17 anni ricopre posizioni di rilievo nella galassia della società di stato russa Gazprom. Ora che, improvvisamente, la dipendenza della Germania dal gas russo è diventata un problema, l’ex cancelliere tedesco si trova al centro di grandi polemiche in Germania e in Europa. C’è chi si spinge a chiedere per lui sanzioni personali, considerandolo alla stregua di un oligarca russo, proprio per il suo ruolo nell’entourage di Vladimir Putin.
Nell’intervista, Schröder si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha rivendicato quanto fatto sin qui con il suo lavoro. In fondo, la dipendenza della Germania dal gas russo era evidente anche prima del 24 febbraio, ma non è mai stata criminalizzata. L’idea di riempire la Germania di gas russo è stata venduta all’opinione pubblica occidentale nello stesso modo utilizzato per elogiare l’Ue. Cioè affermando che l’interdipendenza economica avrebbe reso meno probabile, se non impossibile, una riaccensione delle guerre in Europa. Il marketing tedesco puntava sul claim di una Russia che, imbrigliata in scambi commerciali sempre più ampi con l’Europa, potesse essere addomesticata e ricondotta al consorzio delle nazioni occidentali. Questa è stata la canzone che tutti (politici, mass media, «esperti»), con grande ipocrisia, hanno cantato in Germania e in Europa anche dopo l’annessione della Crimea: facciamo gli affari, non facciamo la guerra.
Ma la realtà è ben altra. Il carbone, materia prima d’elezione in Germania, iniziava a scarseggiare ed era necessario sostituirlo con il gas. Il blocco politico-industriale-finanziario tedesco ha lavorato unicamente per sé stringendo accordi con la Russia per importare gas a basso costo, con Nord Stream 1 e 2. Ciò al fine di perpetuare il proprio modello di sviluppo: ovvero un mercantilismo contemporaneo, basato su un enorme surplus delle partite correnti ottenuto grazie a una moneta sottovalutata rispetto all’economia nazionale, compressione della domanda interna, bassi costi e deflazione salariale.
Il socialdemocratico Olaf Scholz è sommerso dalle critiche, dopo le parole di Schröder, e il rischio di una crisi politica si fa sempre più alto. «Schröder resta dalla parte di Putin», titolano in questi giorni le grandi testate dopo avere letto l’intervista al Nyt, riducendo la cosa a una questione personalistica e con ciò facendo il gioco di chi vuole mettere in difficoltà il governo tedesco.
In realtà, per chi ha occhi per vedere, l’ex cancelliere resta dalla parte della Germania, difende ciò che ha fatto perché questo significa difendere il modello mercantilista tedesco, l’Unione europea, l’euro, la deflazione. Ciò che motiva la resistenza tedesca, insomma, è che rinunciare al gas russo non vorrebbe dire semplicemente per la Germania avere 5 punti di Pil in meno, ma significherebbe rinunciare all’intero modello export-driven che con tanta fatica (e tanto successo) ha costruito in 30 anni di globalizzazione. Assimilare il denaro guadagnato da Schröder a corruzione, come molti stanno facendo, significa assecondare il populismo delle élite che conforma gran parte della pubblica opinione. La realtà è che si trattava e si tratta di un sistema, un quid pro quo tra due Stati sovrani, trasparente, bilanciato e calcolato. Coloro i quali oggi si stracciano le vesti per le resistenze tedesche all’embargo sono gli stessi che fino a ieri hanno elogiato la politica della cancelliera Angela Merkel, che per 15 anni ha segnato l’Europa e l’ha portata nel cul de sac in cui si trova. Una politica fatta di affari con la Russia, con lo stesso Putin che oggi è diventato la personificazione del male. Quando si firmavano gli accordi per Nord Stream 1, prima, e Nord Stream 2, poi, non si ricordano editoriali traboccanti indignazione.
«Non si può isolare un Paese come la Russia nel lungo periodo», conclude Schröder nell’intervista al Nyt. Profezia o semplice constatazione? La difesa tedesca del proprio modello economico e sociale passa dalla difesa del suo rapporto con la Russia, cioè proprio ciò che gli Usa chiedono di tagliare. La sfida è aperta.
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