- Come anticipato dalla Verità, i sette grandi della Terra hanno rinviato di tre anni il termine per lo stop agli investimenti pubblici nelle fonti fossili. Il cancelliere tedesco: la transizione ci sarà, ma ora ci serve il metano. L’Italia ha fatto l’equilibrista.
- Il Cremlino rintuzza Supermario: «Non decide lui gli invitati al G20». Il capo del governo aveva escluso la presenza di Vladimir Putin a Bali: «Forse ci sarà da remoto».
Lo speciale contiene due articoli.
La Verità, domenica scorsa, aveva visto giusto, segnalando tempestivamente ai lettori un’eventualità positiva – legata al G7 in Germania che stava per iniziare – che ieri ha effettivamente trovato conferma. Il nostro giornale, tre giorni fa, titolava così: «La Germania archivia le follie verdi per tornare a investire sui fossili». E un eloquente sottotitolo aggiungeva: «Nel G7 al via oggi Olaf Scholz chiederà di abolire il divieto di finanziare il gas imposto dalla Cop 26 solo a novembre. Una mossa che rinforzerà l’asse con gli Usa. L’Italia per il momento prende tempo e resta a guardare».
Piccolo passo indietro. Nell’autunno scorso, durante la riunione di Glasgow (il Cop 26, appunto), venti Paesi, in piena ondata gretina e green, si erano impegnati a stoppare praticamente subito, nel giro di un anno, per l’esattezza entro la fine del 2022, sussidi e investimenti pubblici legati alle fonti fossili. Il tutto accompagnato da una martellante narrazione sulla necessità di contenere le emissioni nocive.
La cosa – a ben vedere – appariva di per sé ideologica e controproducente, ma, in quel clima, nessuno si era opposto, e si era arrivati a un impegno unanime celebratissimo e retoricissimo: tutti d’accordo, inclusi Usa e Uk, per una volta lontani dal loro sano pragmatismo su questi temi.
Tuttavia, le vicende della guerra in Ucraina hanno reso una decisione già rischiosa letteralmente insostenibile. Qualunque sia l’opinione di ciascuno sul conflitto, e qualunque siano le convinzioni ambientali e energetiche di partiti e governi, chiunque abbia mantenuto un minimo di lucidità si rende conto del fatto che la combinazione di sanzioni (da un lato) e impegni green (dall’altro), peraltro con una tempistica ultrastringente, determinerebbe effetti devastanti, ingestibili per le economie occidentali. Si può discutere (e non poco) sia sulle sanzioni sia sugli obiettivi green, nel senso che ognuno dei due interventi porta con sé rischi pesantissimi per le nostre economie: ma è evidente che procedere (e addirittura accelerare) contemporaneamente e in entrambe le direzioni significa letteralmente incaprettarsi.
Di qui l’iniziativa tedesca che ieri, nel documento conclusivo del G7, ha colto un indubbio successo. Certo, pagando un prezzo all’ipocrisia, i sette grandi hanno a più riprese confermato il loro commitment, il loro impegno ideale a favore della decarbonizzazione, ma poi sembrano essersi presi almeno tre anni in più. Ecco una delle frasi chiave: «Sottolineiamo che i sussidi per i combustibili fossili non sono coerenti con gli obiettivi degli accordi di Parigi, e riaffermiamo il nostro impegno alla eliminazione dei sussidi inefficienti entro il 2025». E così per un verso si slitta in avanti di tre anni, e per altro verso si evocano non tutti i sussidi ma quelli «inefficienti».
In particolare i sette grandi hanno sottolineato la rilevanza del gas naturale liquido per uscire dalla dipendenza dall’energia russa, e hanno «riconosciuto che investire in questo settore è necessario come risposta alla crisi in atto». E ancora: «In queste circostanze eccezionali, investimenti pubblici nel settore del gas possono essere appropriati come risposta temporanea».
Proprio il cancelliere tedesco Scholz ha rivendicato la scelta in conferenza stampa. Da un lato ha detto che «il gas non è il futuro», ma poi ha aggiunto che «nel breve periodo il gas sarà necessario e possono esserci investimenti pubblici in questa fase di transizione».
Scontata la reazione furente degli ecointegralisti: Laurie van der Burg, dell’associazione Oil Change International, ha accusato il G7 di aver scelto «di metter davanti il riempire le tasche dell’industria dei combustibili fossili rispetto all’esigenza di proteggere le vite delle persone».
E l’Italia in tutto ciò? La sensazione è che il governo italiano si sia un po’ barcamenato. In conferenza stampa, Draghi è sembrato preoccupato di non irritare gli ambientalisti: «Alcune persone temono che forse potremmo ritornare indietro nei nostri obiettivi sul clima, ma questo non sta succedendo», ha detto. Ma sempre in conferenza, bilanciando la prima affermazione, Draghi ha pure fatto riferimento a «esigenze di breve termine che richiedono vasti investimenti in infrastrutture per il gas in Paesi in via di sviluppo e altrove». Poi, rioscillando verso gli ambientalisti, il premier ha accennato al fatto che tali infrastrutture dovrebbero poter essere in futuro riconvertite, «conciliando le esigenze di breve termine con le necessità climatiche di lungo periodo».
Comunque, nella discussione interna al G7, il premier avrebbe sostenuto la nuova formulazione del documento conclusivo. E a margine dei lavori Draghi ha anche incontrato il presidente argentino Alberto Fernandez proprio per discutere la possibilità che l’Italia «partecipi a progetti già esistenti in Argentina per installare impianti di liquefazione di gas» poi destinato a essere trasportato verso altri paesi.
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