• Roberto Calderoli ha presentato una bozza di riforma ed è scoppiato un putiferio. Tutti i punti chiave, tutte le obiezioni dei partiti. E le loro contraddizioni.
  • «Un aiuto nella crisi energetica». L’esperto Alberto Clò: «I territori possono proporre soluzioni per il risparmio. Va rispettata la regola per cui l’interesse nazionale deve prevalere sempre per i nuovi impianti».
  • «In sanità le differenze già ci sono. Il federalismo aiuta a eliminarle». Il docente Francesco Palermo: in Germania il sistema funziona come dimostra la gestione della pandemia.
Lo speciale comprende due articoli.

A ogni cambio di governo il tema rispunta e ricominciano i contorcimenti tra maggioranza e opposizione. La concessione di un’autonomia differenziata tra le Regioni, che sta molto a cuore alla Lega, è un argomento ad alta tensione. È controverso nel centrodestra, tant’è che Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno assunto una posizione prudente. E lo è pure nel Paese, con il Sud che lo concepisce come un’arma in mano alle aree più ricche del Nord. E fa emergere le contraddizioni a sinistra, che rinnega posizioni del passato recente.

Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, è tra coloro che paventano un Paese spaccato. Eppure nel 2019 egli firmò la proposta d’intesa con cui la Campania chiedeva le competenze su sanità, istruzione, valutazioni di impatto ambientale, autorizzazioni paesaggistiche fino alla rete regionale di musei e beni culturali. Una giravolta smascherata dal ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli. Anche Giuseppe Conte è afflitto da amnesia: ora si scaglia contro l’autonomia che era già nel contratto del suo primi governo nel 2018. De Luca scavalcava perfino le regioni del Nord: avrebbe voluto basare i trasferimenti sulla spesa destinata a carattere permanente, fissa e ricorrente. Cioè la spesa storica.

Un altro dalla memoria corta è il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, candidato alla segreteria del Pd. Ora pone una serie di paletti, ma gli anni scorsi accusava il governo Conte 1 (quello con la Lega) perché troppo lento nell’approvare l’autonomia, che la sua Regione aveva richiesto senza neppure passare per un referendum popolare consultivo, come avevano fatto Veneto e Lombardia. «Siamo fermi, attendiamo da mesi una risposta», incalzava Bonaccini. Adesso invece al vertice con Calderoli ha alzato un muro. Il percorso che reclama è un labirinto: prima serve una legge quadro, poi vanno definiti i Lep (livelli essenziali delle prestazioni), quindi occorre coinvolgere il Parlamento, infine vanno eliminate le questioni dei residui fiscali perché «si rischia la secessione» e va tolta dal banco la regionalizzazione della scuola. Un altro dem, il governatore toscano Eugenio Giani, è invece possibilista e prevede che la Toscana possa essere interessata a gestire beni culturali e geotermia.

Le posizioni nella maggioranza sono sfumate. Per il presidente del Senato, Ignazio La Russa, devono esserci contrappesi istituzionali mentre Fabio Rampelli chiede che prima si proceda a una riforma semipresidenziale per rafforzare i poteri dello Stato centrale. Anche per Forza Italia l’autonomia non è una priorità. I governatori di Molise, Calabria e Basilicata non si oppongono ma temono gli effetti della riforma sul territorio e chiedono garanzie.

Ma le critiche si scontrano con la realtà della Costituzione, dove sono già previste le materie che possono essere trasferite alle Regioni in base alla riforma costituzionale del 2001 votata dall’allora maggioranza parlamentare di centrosinistra. Ai governatori che chiedono al governo la definizione in via preliminare dei Lep, che lo Stato deve garantire su tutto il territorio nazionale, Calderoli si dice «assolutamente disponibile». E se il Sud è preoccupato per eventuali riduzioni dei trasferimenti, il ministro risponde con parole chiare: «Nessuno subirà riduzioni dei trasferimenti, ma la Regione che riuscisse a risparmiare sui nuovi compiti potrà scegliere se garantire più servizi o abbassare la tassazione». Si verrebbero quindi a creare le condizioni affinché a pari risorse ci siano gestioni efficienti e siano individuabili le responsabilità della mala amministrazione. Con questi presupposti, proprio le Regioni meno efficienti dovrebbero chiedere più autonomia e leggi per semplificare i vincoli nazionali.

Altro punto di contrasto è come cambieranno i trasferimenti dopo il passaggio delle competenze. Eppure Calderoli ha spiegato più volte che «si può partire dalla spesa storica e poi, in base ai costi e ai fabbisogni standard, superarla». Quanto alla scuola, il presidente della Liguria, Giovanni Toti, chiarisce che «una cosa sono i programmi ministeriali, altra la gestione degli immobili, i servizi e gli insegnanti di sostegno. L’obiettivo, come precisato dalla proposta di riforma, è di iniziare un anno scolastico con i docenti assegnati alle classi fin dal primo giorno».

Le prove generali dell’autonomia sono avvenute durante la pandemia, con Regioni che hanno preso in mano la situazione e sono intervenute in base al grado e alla gravità di diffusione del virus a livello locale. Ma anche in quella occasione, nonostante i risultati ottenuti, ci fu una levata di scudi contro gli interventi differenziati.

Ora la situazione è caratterizzata da Regioni in cui la sanità ha punte di eccellenza e altre che costringono i loro residenti al turismo sanitario. La sanità uguale ovunque significherebbe, per dirla come Toti «un appiattimento verso il basso». E l’assenza di una catena di responsabilità che impedisce al paziente/elettore di giudicare la gestione.

La bozza di riforma proposta da Calderoli alla conferenza Stato Regioni prevede il decentramento di diverse competenze oggi ripartite tra Stato e Regioni. Nella passata legislatura vi aveva lavorato l’allora ministra Mariastella Gelmini, oggi passata all’opposizione con Carlo Calenda. Il punto di partenza è il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, come modificato nel 2001. Sono 23 le materie di competenza mista che potrebbero rientrare nella titolarità delle singole Regioni. Esse comprendono, tra le altre, l’organizzazione dei giudici di pace, l’istruzione (norme generali a parte), la tutela di ambiente, ecosistema e beni culturali, rapporti internazionali e con l’Ue, commercio estero, salute, alimentazione, ma anche produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, previdenza complementare e integrativa, finanza pubblica e sistema tributario.

La bozza di riforma di Calderoli prevede che le Regioni, a loro volta, possano trasferire le funzioni agli enti amministrativi più vicini ai cittadini: Comuni, Città metropolitane, Province. Il governo avrà 12 mesi per determinare i Lep che dovranno essere garantiti dalle Regioni in modo uniforme. Se, trascorso un anno, i Lep non saranno definiti, le competenze passeranno direttamente ai governatori. Dalla bozza di legge di bilancio circolata sabato, risulta che a Palazzo Chigi sarà istituita una cabina di regia. La guiderà Calderoli, ne faranno parte i ministri Fitto, Casellati, Giorgetti più quelli competenti per materia oltre ai rappresentanti degli enti locali.

C’è poi il capitolo dei finanziamenti. Inizialmente, le risorse necessarie alle Regioni per occuparsi delle nuove materie assegnate dovrebbero essere attribuite secondo il criterio della spesa storica: chi più ha speso negli anni scorsi per i servizi corrispondenti alle funzioni, più riceverà. Il valore preciso dei fondi verrà approvato da una commissione paritetica Stato-Regione. Ma questo criterio sarebbe poi progressivamente sostituito dalla determinazione dei costi standard e dei fabbisogni standard da parte delle amministrazioni regionali in un’ottica di efficienza della spesa. Al momento, la bozza di Calderoli è ancora in fase di discussione e non è stata depositata in Parlamento. Non ci sono scadenze. Ma il ministro appare molto determinato a non fare cadere nel vuoto la riforma.


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