- I balordi che hanno ucciso l’agente vengono da Giugliano, centro di ricettazione di tre regioni. Con immunità di fatto.
- La bomba contagi di don Massimo Biancalani. Test di massa nel discusso centro di accoglienza di Pistoia: due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Tensione per la libertà concessa agli ospiti e i continui litigi.
Lo speciale comprende due articoli.
Gli «intoccabili» se ne stanno tra baracche, camper e lamiere, in Via Carrafiello, a Giugliano in Campania, il Comune non capoluogo di provincia più popoloso d’Italia con i suoi 123.387 abitanti. «Intoccabili» perché nessuno se ne occupa. Né la magistratura tanto meno le forze dell’ordine. Vivono e delinquono indisturbati. Sono i rom del campo nomadi da cui provengono i quattro balordi che, l’altra notte, hanno ammazzato l’agente scelto Pasquale Apicella, 37 anni. Stavano sradicando un bancomat dalla filiale del Credit agricole in una strada poco lontana da Piazza Carlo III, nel cuore di Napoli. Sono stati scoperti e hanno iniziato un folle inseguimento che si è concluso contro la volante della polizia. L’urto è stato così forte che una mano invisibile ha strappato il motore dal cofano dell’auto dei banditi e l’ha scaraventato a metri di distanza sul marciapiedi.
«Sono criminali efferati», ci spiega una fonte della Squadra mobile partenopea, «che godono di una sorta di immunità di fatto: sui campi rom dell’area nord di Napoli (dove vive circa un migliaio di uomini, ndr) non ci sono blitz né attività investigative. Mancano gli interpreti capaci di tradurre i dialetti intercettati al cellulare. Un misto di serbo, croato e montenegrino con inflessioni che solo chi è nato e vissuto in quelle comunità conosce». I quattro balordi, incarcerati con l’accusa di omicidio volontario, saranno interrogati quest’oggi dal gip per la convalida del fermo. Due sono stati bloccati mentre erano ancora storditi per l’impatto nella vettura, altri due hanno tentato la fuga ma sono stati fermati poche ore dopo. «Quel campo nomadi è un enorme centro di ricettazione oltre che il quartier generale di gruppi organizzati di rom che svaligiano case e negozi in Campania, nel basso Lazio e in Molise», ci spiega un graduato dell’Arma dei carabinieri. «Molti gps, posizionati sulle batterie dei ponti ripetitori delle antenne telefoniche, merce particolarmente ricercata sul mercato nero, finiscono la loro corsa nella bidonville di Via Carrafiello: ma sappiamo che è inutile andare a cercare lì». Il capo attuale dell’insediamento, dove sono stati censiti circa 250 soggetti, si chiama Ahmetovic. È lui che coordina tutte le attività, ed è lui ad avere potere assoluto sui suoi «sudditi». Tutti imparentati tra di loro, peraltro.
«I rapporti con la camorra esistono, e sono documentati in anni di indagini sulle cosche dell’area nord: nei campi rom, i boss sanno di poter nascondere sempre armi e macchine che scottano». Il campionario dei reati è vario. Bande di nomadi si sono specializzate nel furto dei cavi di rame dalle linee ferroviarie e nella successiva fusione. «Sono i fumi di questi rudimentali altiforni che avvelenano la Terra dei fuochi», prosegue il militare, «enormi pire di materiale plastico e pneumatici che alimentano le fornaci che scioglieranno i metalli». Con lo stesso sistema, vengono fabbricati lingottini d’oro dai gioielli razziati nelle abitazioni o con furti di destrezza. «Un altro affare gestito dai nomadi del campo rom di Giugliano è quello dei cavalli di ritorno che prevede il pagamento di un riscatto per ottenere la restituzione della vettura trafugata». I «bolidi» pregiati vengono invece trattenuti per essere smembrati e rivenduti all’estero. Le amministrazioni comunali giuglianesi hanno provato, per anni, a sgomberare le aree occupate, arrivando finanche a offrire premi in denaro, ma il risultato è stata la sola moltiplicazione dei «villaggi» illegali.
«L’incidente dell’altra notte non è una fatalità: prima o poi doveva accadere. Sono anni che scorrazzano indisturbati per l’hinterland. I rapinatori rom usano macchine pesanti come le Audi proprio perché hanno l’abitudine di speronare le auto delle forze dell’ordine. È gente senza scrupoli».
La dinamica della tragedia lo conferma: la volante guidata da Apicella è stata letteralmente centrata dai nomadi in fuga contromano lungo Calata Capodichino. Non hanno sterzato né frenato come pure avrebbero potuto fare considerata l’ampiezza della strada e la sua lunghezza. Apicella ha cercato di bloccarli, ed è rimasto travolto dall’Audi dei banditi. Lui era così, generoso e senza paura. E un suo amico, Luigi, ieri su Facebook ha citato un episodio emblematico. «L’11 maggio dell’anno scorso mi inviasti questa foto, una ferita sempre dovuta ad un incidente durante un inseguimento. Io ti dissi di fare attenzione e tu mi rispondesti che era il tuo mestiere». E, per centinaia di colleghi che piangono un uomo perbene, che lascia moglie e figli di sei anni e quattro mesi, e attendono ora dal governo l’autorizzazione per partecipare in massa ai funerali, c’è chi non ha perso l’occasione per dimostrare la sua disumanità. Una donna di 52 anni di Cagliari è stata denunciata per aver offeso la memoria del poliziotto sui social network. Sotto la foto della volante sfasciata, ha commentato: «Ogni tanto una gioia».
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