Il Dottor Sottile colpisce ancora. Pure mentre lascia la scena, perfino mentre il sipario si sta chiudendo, Giuliano Amato non rinuncia a un ultimo intervento a gamba tesa.
Il 18 settembre scade infatti il mandato presso la Corte costituzionale dell’ex presidente del Consiglio, e ieri si è svolta una cerimonia di congedo, nel corso della quale Amato ha rivolto un saluto, non rinunciando a definirsi «timoniere». Metafora autoironica, diranno i laudatores, eppure non pensavamo che il compito di un membro della Consulta fosse quello di determinare alcuna rotta: «Ciò che ho detto nasce dal nostro lavoro comune», ha scandito Amato , «ed entra in un diario di bordo che nella pagina odierna registra solo il cambio del timoniere, non della rotta né della guida collegiale che la determina; e che resta sperabilmente immutata». E così il «timoniere» si è perfino raccomandato di non modificare la rotta.
Neanche troppo subliminalmente, Amato attribuisce alla Corte un ruolo sostanzialmente legislativo. Per carità, non mancano mai gli omaggi formali al Parlamento: ma poi, a ben vedere, è come se la Corte finisse per contendere al Parlamento l’esercizio della funzione legislativa.
Nel discorso di Amato, ci sono almeno due parti che non tornano. La prima è quando Amato ammonisce contro una presunta «tentazione»: quella «di affermare il primato del diritto nazionale su quello dell’Unione». Amato è preoccupatissimo: e ci fa sapere che il problema «non è solo di Polonia, Romania e Ungheria». Il messaggio è fin troppo chiaro, indirettamente polemico contro chiunque, in Italia, osi chiedere uno scrutinio costituzionale più severo delle norme che giungono da Bruxelles. Peccato che Amato sembri dimenticare che questo è ciò che fanno regolarmente i tedeschi. Perché loro sì e gli altri no?
La seconda arriva poco dopo. Per un verso, lodevolmente, Amato sembra mettere in guardia da uno sconfinamento giurisprudenziale («Le difficoltà decisionali del Parlamento cominciano a dar fiato a tesi secondo cui la giurisprudenza è fonte del diritto al pari della legislazione […]. Se c’è una strada che porta dalle situazioni innegabilmente difficili al caos istituzionale, è questa». Molto bene. Peccato che però il Dottor Sottile evochi indirettamente, chiamandola «collaborazione istituzionale», la recente prassi della Consulta di dare un tempo al Parlamento per legiferare su una certa materia, salvo poi pronunciarsi in caso di mancato intervento delle Camere. Ma (qualunque cosa si pensi nel merito delle questioni su cui si è agito così, a partire dal fine vita) anche questo è un modo surrettizio per trasformare la Corte in una terza Camera.
Da qui, consiglieremmo a tutti di riflettere – diversamente dalla dottrina Amato – sul grande lascito intellettuale di Antonin Scalia, che ha dedicato la sua vita a dire no al giudice «demiurgo». In un recente e ottimo libro su Scalia, lo ha spiegato benissimo Giuseppe Portonera: occorre opporsi a qualunque uso della giurisprudenza per legiferare surrettiziamente. Sintetizza benissimo Portonera: non si tratta solo di rispettare il principio no taxation without representation, ma di integrarlo con un no social trasformation without representation. L’America – purtroppo – è lontana da qui.
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