L’ex filosofo piromane Sloterdijk ora vuole spegnere l’incendio del mondo
Peter Sloterdijk (Getty Images)

Il pensatore tedesco in libreria con «Il rimorso di Prometeo»: un atto d’accusa (non molto convincente) contro i combustibili fossili e il cambiamento climatico.

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, tra i maggiori pensatori della contemporaneità, ritorna in libreria con un denso libretto che pone a processo Prometeo. Appena uscito per i tipi di Marsilio, Il rimorso di Prometeo dice molto già dal titolo e dal sottotitolo: «Dal dono del fuoco al grande incendio del pianeta». Se Gunther Anders ci aveva parlato della «vergogna prometeica» che l’uomo ha cominciato a provare dei confronti delle sue stesse creazioni tecnologiche, Sloterdijk fa un passo in più e parla di vero e proprio rimorso del titano, che se potesse tornare indietro si guarderebbe bene dal donare ancora il fuoco agli uomini: «Quando il titano Prometeo scende dalla roccia alla quale è incatenato, è costretto a osservare con grande stupore le mutate condizioni del mondo. Trova un’umanità che assomiglia ben poco a quella che voleva aiutare con il dono del fuoco. La vecchia e arida Terra è ora percorsa da innumerevoli fuochi che ardono in milioni e milioni di fornaci». Portare la fiaccola tecnologica agli uomini è stato quindi un errore: «Il dono del fuoco si è rivelato un dono fatale che si autoalimenta fino a degenerare nell’imprevedibile. Il donatore non riesce più a sentirsi compreso; al contrario, si vede messo a nudo da ciò che i destinatari hanno fatto del suo dono».

Le pagine più belle del saggio sono quelle in cui, in schizzi veloci e illuminanti, Sloterdijk passa in rassegna la storia dell’umanità letta alla luce della pirotecnica. È una strategia argomentativa tipica dell’autore di Karlsruhe: già in altre opere il filosofo aveva preso un aspetto materiale marginale – la lavorazione della pietra, l’invenzione dello specchio etc – e ne aveva fatto il cardine della storia del mondo. Ne Il rimorso di Prometeo, la storia dell’uomo appare come quella di un animale piromane, che non ha fatto altro che estrarre energia dal fuoco in modi sempre diversi, riconfigurando ogni volta di conseguenza le proprie strutture sociali.

Ma poi, appunto, questo fuoco ha bruciato il mondo. Sloterdijk sposa in modo acritico la narrazione sul cambiamento climatico, la sua origine antropica, la sua natura emergenziale e apocalittica. Il mondo, spiega, è ostaggio di una «Internazionale Piromane» che tiene le redini del sistema basato sui combustibili fossili e osteggia qualsiasi cambio di paradigma. Come se ne esce, quindi? Il pensatore tedesco individua due strade, anche se ne condivide solo una. Da una parte c’è la direzione post prometeica, localistica, ecologica, che limiti il dono del fuoco ai suoi soli usi sostenibili. Sloterdijk lo definisce un «pacifismo energetico», che non rifiuta la tecnologia, ma la indirizza verso sentieri non pirotecnici, volti al riuso, alla conversione, al riciclo. Dall’altra c’è invece il percorso iper prometeico, ovvero il tentativo di uscire dal vicolo cieco dei combustibili fossili con il nucleare o con altre strade comunque inquadrabili in senso pirotecnico. Il filosofo, come si è capito, crede che quest’ultima sia una falsa pista, che non risolverebbe e anzi aggraverebbe i disastri provocati nell’era prometeica, ma non spiega granché bene il perché. Tecniche come la cattura della CO2 nelle cavità terrestri o i possibili strumenti geotermici per sfruttare a fini umani le enormi energie del sottosuolo, come i vulcani, vengono liquidati sbrigativamente come forme disperate di hybris.

Sembra quasi che Sloterdijk sia finito preda del suo stesso discorso e abbia maturato una diffidenza simbolica e animistica verso l’elemento del fuoco in sé. La pirotecnica sarebbe quindi malvagia in sé, a prescindere dagli usi più o meno controllati, più o meno redditizi, più o meno sostenibili. Questa lotta al fuoco, precisa comunque il pensatore, va portata avanti con metodi non violenti e transnazionali, bocciando l’idea di costruire il «socialismo verde in un solo Paese», cioè di dar vita a un’accelerazione ambientalista radicale in un’unica nazione. Ma benché non manchino qua e là spunti politicamente scorretti, tra cui una gustosa paginetta in cui vengono squadernate le contraddizioni della moda Lgbt, tutta la parte propositiva del pamphlet appare inconcludente e utopistica. Né è chiaro perché le tecnologie innovative di trasformazione energetica cui Sloterdijk allude debbano essere inquadrate come post prometeiche e non come anch’esse prometeiche, dato che in fondo è sempre la medesima «scintilla tecnologica» che è in azione e le soluzioni prospettate vanno comunque e sempre «in avanti», lo stesso «avanti» verso cui si rivolge il pro di Prometheus, e non certo all’indietro.

Alla fin fine, più che con Prometeo, sembra che Sloterdijk stia regolando i conti con se stesso. Lui, che con la sua conferenza incendiaria – tanto per restare in tema – sulle Regole per il parco umano e sugli utilizzi spregiudicati delle biotecnologie fece urlare l’accademia al ritorno del nazismo. A quanto pare anche per i filosofi è vero il detto che si nasce piromani e si muore pompieri.

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