Questi immigrati «ci servono»? No, grazie
Sette - Corriere della Sera
Il settimanale del «Corriere» vuole convincerci che dobbiamo dare lavoro a persone come Sheikh Faal. Il ventiduenne del Gambia però, come ammette lui stesso, stava bene nel suo Paese e non è scappato da guerre o carestie. E allora perché deve restare qui?

Sheikh Faal, 22 anni, immigrato dal Gambia, ci guarda dritti in faccia dalla copertina di Sette e ci domanda: «Servo ancora?». Risposta: no, grazie. Per la verità questo ragazzo non ci serviva nemmeno un anno fa. Nel 2017, infatti, il settimanale del Corriere della Sera lo aveva già piazzato sulla cover (vincendo per altro il premio Ferrari «Copertina dell’anno») . Capelli sciolti invece che raccolti, stesso sguardo determinato puntato fisso sul lettore, Sheihk avanzava una richiesta analoga: «Servo?». La risposta doveva essere immediata: no, sei gentile a chiederlo, ma non servi.

Eppure, il direttore di Sette, Beppe Severgnini, ancora oggi vuole convincerci che abbiamo assolutamente bisogno di Faal e di tutti quelli che, come lui, sono arrivati in Italia dall’Africa a bordo di un barcone. «Parlare di immigrazione non è soltanto faticoso, di questi tempi. Si ha l’impressione che sia inutile», scrive lo zazzeruto direttore. «Milioni di italiani bloccati dentro la propria narrazione. Quella governativa, al momento, va per la maggiore: l’Italia è invasa, allarme rosso! C’è un problema: non è vero». Già, secondo Severgnini non c’è alcuna invasione, anzi «stiamo trasformando un’opportunità in un problema, e quel problema rischia di diventare una tragedia».

Dove sarebbe questa «opportunità»? A spiegarlo ai lettori di Sette ci pensa Maurizio Ferrera, professore ordinario di Scienza politica all’Università Statale di Milano. Il suo sterminato articolo è un’accozzaglia dei più triti luoghi comuni in materia di accoglienza. «L’Italia invecchia e avrebbe bisogno di nuovi lavoratori», scrive il professore. «Ma adesso vuole respingere tutti, senza sforzarsi di riconoscere i migranti “buoni” e magari trattenerli». È una balla, ovviamente. Non solo perché qualche barcone continua entrare, ma esistono i corridoi umanitari, il decreto flussi per chi vuole lavorare nell’agricoltura e ci sono perfino – guarda un po’ – fior di stranieri che arrivano qui in aereo e trovano un lavoro.

Ferrera prosegue imperterrito. «Nell’ultimo ventennio l’Italia si è rapidamente trasformata da un Paese di emigrazione a un Paese d’immigrazione». Anche questo non è vero. Ogni anno centinaia di migliaia di italiani se ne vanno in cerca di prospettive migliori in altri Paesi europei. Dunque, semplicemente, stiamo assistendo a un ricambio, o a una sostituzione. Ma andiamo avanti, perché il professore ha altre perle da donarci. «Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ragione da vendere», spiega. «Se non ci fossero “loro”, come si pagherebbero le pensioni ogni mese?». Altra bufala. Come ha perfettamente spiegato Mirko Celi, ricercatore dell’Università di Udine, «La pensione che riceveremo corrisponderà ai contributi che avremo versato, non a quelli che verseranno gli immigrati “per noi”. Le pensioni riscosse dai pensionati attuali sono “pagate” dai lavoratori attuali, a prescindere dal loro Paese di origine».

Non solo: «Gli immigrati che contribuiscono all’8-9% del Pil non “ci regalano” un bel niente, versano i contributi ora e li riprenderanno quando sarà il momento, come è giusto che sia». Inoltre, «gli immigrati, in particolare quelli provenienti da Paesi molto poveri, lavorano spesso per salari inferiori a quelli medi del Paese che li accoglie, quindi versano anche meno contributi a parità di lavoro rispetto ad un italiano».

Per altro, Ferrera dimentica di calcolare, tra i costi dell’accoglienza, anche i denari versati per pagare welfare e cure mediche ai numerosi richiedenti asilo, ai titolari delle varie protezioni internazionali e persino ai clandestini. Dunque, in realtà, gli immigrati non sono una «opportunità», bensì un costo. In ogni caso, è abominevole l’approccio adottato dal magazine del Corriere. È il solito piglio coloniale: che diamine vuol dire «gli immigrati ci servono»? La prospettiva è sempre quella di far entrare bestie da soma? Manodopera da sfruttare e far lavorare gratis? Forse Severgnini e i suoi non si rendono conto di quanto sia razzista la loro prospettiva (oltre che falsa).

Ma torniamo al protagonista principale della vicenda, ovvero il nostro Sheikh Faal. Sentiamo la sua storia prima di giudicare se «ci serva» o meno. Egli, apprendiamo, è giunto in Italia nel 2014, a 18 anni. «Due anni e quattro mesi dopo» gli hanno riconosciuto lo status di rifugiato. Come mai gliel’hanno concesso, visto che viene dal Gambia dove non ci sono guerre, carestie o altre sciagure? Semplice: Sheikh dice di aver avuto «problemi con il governo». Anni fa stava «suonando a una festa di giovani omosessuali» a Serrekunda, la sua città. In Gambia, all’epoca dei fatti (era al potere il dittatore Yahya Jammeh), l’omosessualità era fuorilegge. Lo è ancora oggi, dopo il colpo di Stato di Adama Barrow, seppure il regime attuale sia un po’ più mite. Essere gay non è permesso, anche perché il Gambia è una «repubblica islamica», ma questo Sette dimentica di dircelo. In ogni caso, Sheikh non è omosessuale: stava solo suonando a una festa. All’arrivo della polizia, è scappato in Senegal. Poi ha attraversato vari Stati africani, fermandosi qui e là per lavorare. Quindi è arrivato in Libia, dove è rimasto due anni. Ha lavorato un po’ come muratore, ma poi – essendo senza documenti – è finito in carcere. Passati 5 mesi dietro le sbarre, è riuscito a fuggire, si è imbarcato ed è arrivato qui. Shiekh è finito al centro di accoglienza straordinaria (Cas) a Venticano, in provincia di Avellino. «Un giorno abbiamo deciso di fare lo sciopero della fame. È scoppiata una rissa con i gestori del centro. Sono finito in Questura», racconta. Dopo di che, ha lasciato il centro ed è andato a vivere a Napoli.

niente impiego

«Non riesco a trovare lavoro», spiega il giovane. Manda curriculum, ma non trova. Beh, sai com’è, non trovano nemmeno gli italiani. Sheikh, per altro, non è che sia esattamente qualificato. A parte suonare i dundun (percussioni tipiche dell’Africa occidentale), a casa sua ha imparato un po’ il mestiere di tappezziere e lavorava talvolta come parrucchiere. È stato pure tre mesi in Germania a fare l’aiuto cuoco. Adesso «vive grazie ai soldi che guadagna riempiendo di dreads (acconciatura tipica della cultura rasta) le teste di amici e di chiunque lo chiami». Prende fino a 50 euro alla volta. Abita con la sua ragazza, che viene da Capo Verde e fa le pulizie.

Nel centro di accoglienza, lamenta il gambiano, «nessuna formazione, nessuna possibilità di fare niente. […] Non c’è nessuno che ti insegni l’italiano. Nessuno che ti dica quali sono i tuoi diritti. Servizi igienici carenti e cibo… immangiabile». Forse a Sheikh non hanno spiegato che i corsi d’italiano dovrebbero essere la regola, come la formazione. E che se il trattamento è indecoroso è colpa di chi lucra sull’accoglienza.

Soprattutto, però, dovrebbero spiegargli che, qui da noi – benché in quanto rifugiato possa lavorare – le sue competenze non sono sufficienti a garantirgli un impiego. «Se mi accogli, dovresti darmi la possibilità di formarmi o di lavorare», insiste il nostro. È proprio questo il problema, caro Sheikh. Nessuno ti ha detto che la possibilità di lavorare, qui, non c’è. Magari, chissà, nel nuovo Gambia hanno bisogno di un suonatore di tamburi in più.

Dopo tutto, amico Sheikh, lo dici tu stesso: «Stavo bene nel mio Paese, mi manca». Ma allora perché devi restare per forza qui?

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