Le transizioni non fanno i conti con la Terra che non ne può più
Francesco Vecchi (Imagoeconomica)

Il punto di partenza è volutamente semplice, quasi disarmante: anche una vita occidentale moderata, lontana da eccessi e lusso sfrenato, richiede ogni anno «8 tonnellate di sabbia, una tonnellata di metalli puri, tra cui rame, ferro e alluminio, 400 chili di acciaio, 100 chili di plastica, 8 tonnellate di carbone, 1.200 litri di petrolio». A testa. Chi ce li fornisce? Come viene trasportato e lavorato tutto questo ben di Dio? Se rispondiamo a queste domande, si legge nel libro, si capisce subito che la transizione ecologica e quella digitale non stanno affatto smaterializzando la nostra civiltà, ma la stanno rendendo ancora più dipendente dalle materie prime. Auto elettriche, pale eoliche, pannelli solari, batterie, microchip, Intelligenza artificiale: ogni simbolo del futuro verde e tecnologico ha alle spalle miniere, esplosivi, solventi chimici, consumo d’acqua e distruzione del territorio. Quello che mostra Vecchi è come il sogno di un’economia circolare autosufficiente si scontri con una realtà fatta di appetiti crescenti e filiere fragili.

L’umanità oggi muove più terra di tutti i fenomeni naturali messi insieme. La domanda di rame, litio, acciaio e silicio cresce a ritmi incompatibili con l’idea di una transizione rapida e indolore. Evidente quindi l’ipocrisia occidentale. L’Europa, spiega il giornalista e volto di Canale 5, ha progressivamente reso impossibile estrarre e lavorare materie prime sul proprio territorio, senza per questo ridurne il consumo. Il risultato è una dipendenza sempre maggiore da Paesi che non condividono gli stessi vincoli ambientali e politici. Cina, Africa, Sud America diventano lo stomaco e l’intestino di una civiltà che vuole essere solo testa e schermo. La transizione verde, così come viene oggi immaginata, rischia quindi di aumentare le disuguaglianze globali e di spostare semplicemente l’inquinamento altrove.

In particolare Pechino ha costruito nel tempo una posizione dominante che l’Occidente ha sottovalutato, quando non direttamente favorito. E ora scopriamo che il controllo delle materie prime è destinato a diventare uno dei principali terreni di scontro geopolitico dei prossimi decenni, nonché fonte di criminalità se pensiamo ai furti di rame dalle colonnine elettriche.

Ecco, per Vecchi non ci sono ricette miracolose né inviti a tornare indietro. L’autore non contesta la necessità della transizione energetica, ma mette in guardia contro la fretta, l’ideologia e la rimozione dei costi reali. Il messaggio, in fondo, è di buon senso: non si governa il futuro ignorando il peso della materia. E soprattutto non si difende la propria libertà delegando ad altri il controllo delle risorse che la rendono possibile.

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