A Distopia c’è un Drago che rende folli i giudici
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Nel mio nuovo romanzo fantapolitico le forze dell’ordine si piegano all’ingiustizia ma vengono salvate dai figli.

Sono una scrittrice di libri bellissimi (tra i miei innumerevoli pregi c’è anche l’assoluta mancanza di falsa modestia; oltretutto uno scrittore deve credere in quello che scrive, altrimenti vuol dire che i suoi libri sono alberi inutilmente abbattuti). Anche come medico sono bravina ed è per questo che mi sono guadagnata una gloriosa radiazione.

Fino a ora i miei generi letterari preferiti sono stati fantasy e romanzo storico. Ho deciso di cimentarmi nel romanzo distopico, fantapolitico. Il titolo è «La rivolta». È ambientato a Distopia, una Repubblica bellissima, il Paese più bello del mondo, che nasce su un territorio non solo magnifico, ma anche incredibilmente vario, essendo una lunga penisola. Il clima è mite. Le opere d’arte sono le più belle. La cucina è la migliore del pianeta. Nella Repubblica di Distopia, non solo i confini non son guardati ma addirittura, con il denaro dei dissanguati contribuenti, si importano migliaia e migliaia di stranieri di una religione diversa e molto aggressiva, che odiano gli abitanti di Distopia, che li aggrediscono, li rapinano, li deridono, li uccidono a colpi di machete, di coltello e di piccone. I crimini sessuali non si contano.

I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.

Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.

E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.

I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.

Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.

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