«Colpa dei maschi»? No, colpa di uno non abbastanza uomo
Nel riquadro, Filippo Turetta
Chi accampa attenuanti quando i delitti sono commessi da immigrati adesso si scatena.

Sarebbe utile che, saltuariamente, i moralisti di casa nostra applicassero qualcuna delle lezioni che amano tanto propinare al prossimo. Ci hanno sempre ripetuto, anche giustamente, che non si possono fornire «soluzioni facili a problemi complessi», che non si deve semplificare (solo i populisti semplificano), che si debbono eliminare gli stereotipi. Eppure eccoli lì, in fila, a semplificare, tagliare con l’accetta, infilare una banalità via l’altra. Una giovane donna, Giulia Cecchettin, è stata ammazzata quasi certamente dall’ex fidanzato – è odioso anche solo pensare di chiamarlo «fidanzatino», come si è fatto per giorni – e in un lampo tutti si sono sentiti in dovere di snocciolare il proprio repertorio di luoghi comuni. Ogni politico di passaggio, ogni mezzo Vip dotato di profilo social, ogni cantante da metropolitana ha dovuto dire la sua, tirando in ballo il patriarcato, deprecando l’innata brutalità maschile e invocando opportuna rieducazione per tutti coloro che siano dotati di un pene, a cominciare dalla più tenera età.

Si è ricominciato, in un lampo, con il refrain che udiamo da anni: se le donne muoiono è perché gli uomini non sanno far altro che opprimere, sottomettere, schiacciare. Per evitare altre morti bisogna distruggere la struttura patriarcale, sbriciolare i cosiddetti «ruoli di genere» e costruire una nuova narrazione non oppressiva che sia in grado di sedare almeno un po’ le bestie di sesso maschile. Questo ragionamento – ormai entrato nel senso comune – presenta almeno due notevoli problemi. Il primo riguarda appunto la semplificazione: se la applicassimo ad altri casi di violenza di genere, di sicuro susciteremmo reazioni inorridite. Facciamo un piccolo esempio. Di recente, Pagella Politica ha contestato un articolo della Verità in cui si spiegava che circa il 40% delle violenze sessuali in Italia è commesso da stranieri, che sono più o meno l’8,5% della popolazione. Quel dato era assolutamente corretto. Come scrive proprio Pagella Politica, «in base ai dati Istat più recenti, nel 2020 il 41% circa delle persone denunciate o arrestate con l’accusa di violenza sessuale in Italia (1.888 su un totale di 4.595) era composto da cittadini stranieri. Una percentuale identica si trova anche nella popolazione carceraria: nel 2020, il 41,5% dei detenuti per violenza sessuale (1.291 su 3.111) era straniero . La percentuale del 41,5% compare poi tra le statistiche dei condannati con sentenza irrevocabile per violenza sessuale. Secondo Istat, nel 2017 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) su 1.693 condannati, 702 provenivano dall’estero».

Nonostante i dati fossero corretti, ci veniva contestata la (presunta) semplificazione: poiché non tutte le vittime denunciano, sosteneva Pagella Politica, la percentuale del 40% di violenze da attribuire agli stranieri «è dunque, con molta probabilità, esagerata». Quel che ci interessa, qui, non è tanto rispondere alle osservazioni di sito di «fact checking», quanto mostrare come funzioni la mente liberal. Se si parla di violenze commesse da stranieri – minoranze che val la pena blandire – tocca avanzare mille distinguo, notare mille sfumature, elencare mille attenuanti. Se, però, ci troviamo di fronte a un giovane maschio italiano responsabile di una violenza orrenda, ecco che allora tutti i maschi vanno considerati bruti meritevoli di essere sottoposti a opportuna cura Ludovico. Con questo vogliamo dire che fra i maschi italiani non esistono violenti, stupratori e assassini? Certo che no: esistono eccome. Ma tirare in ballo le tare di genere non serve a nulla, se non a montare grottesche e offensive polemiche politiche. Sfruttare le azioni criminali di Filippo Turetta per sostenere che le destre alimentino le aggressioni alle donne (perché è questo, in soldoni, che i più rinomati editorialisti predicano) è patetico, e pure dannoso. I maschi violenti non sono figli marci del patriarcato, bensì del suo contrario. Di una società impregnata di un materno caricaturale, che distrugge la mascolinità positiva e perseguita ogni valore archetipicamente maschile e produce non uomini, ma bimbi viziati incapaci di gestire il rifiuto. Dopo aver ucciso il Padre, viviamo al cospetto di una Grande Madre Terribile che esige sacrifici sempre più frequenti. E invece di combatterla, andiamo in cerca di un colpevole che non esiste più.

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