Il bullismo è una malattia che si può curare
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Con il termine bullismo si intende l’aggressione gratuita, ingiustificata che ha come unico scopo il piacere di umiliare. È protetto dalla sociologia scema, quella che imperversa dal ’68, il bullo deve essere capito, ascoltato, il problema è a monte.

Il problema non è a molte, il problema è dove è. L’anima umana ha ancestrali tendenze a provare piacere nel prevaricare, tendenze che esplodono e si espandono con inquietante rapidità ovunque l’impunità le protegga. Vale per il moccioso che rende la vita di un compagno di classe un inferno e vale per i fanciulli che devastano le nostre città, trasformandole in un inferno, una ciclopica forma di bullismo.

La prima «Bullismo, scuola e comunità. La prevaricazione dell’altro nell’epoca digitale» di Roberto Bonuglia, pubblicato nel 2026 da Youcanprint con la prefazione di Erika Nolani e la postfazione di Roberto Marchesini, nasce dagli incontri sul bullismo e sul cyberbullismo tenuti nelle scuole con Ponti di Legalità e l’Accademia del Senso Critico.

La tesi è dichiarata fin dalla prima pagina: il bullismo non è una ragazzata, è una forma di potere. Un potere che sembra piccolo, esercitato in un corridoio o in uno spogliatoio, ma capace di decidere chi può stare nel gruppo e chi deve ogni giorno guadagnarsi il diritto di esserci. Nella prefazione l’educatrice Erika Nolani indica lo scopo del lavoro: trasformare l’empatia da emozione in responsabilità.

Il contenuto del libro

La prima parte distingue il bullismo dal litigio, dallo scherzo, dall’aggressività occasionale. L’autore combatte due errori opposti: minimizzare tutto, e chiamare bullismo ogni contrasto. Il bullo solitario è quasi sempre un’illusione: dietro di lui c’è il branco, fatto di chi ride, di chi guarda, di chi aspetta che sia un altro a intervenire. La vittima viene ferita due volte: dal gesto e dal silenzio di chi le sta intorno, o dal consiglio di «non dare soddisfazione».

La seconda parte riguarda la scuola. La classe non è neutrale: con ciò che tollera insegna se la forza incontra un limite. L’adulto arriva quasi sempre dopo, perché il bullismo sa nascondersi; il suo compito è vedere, nominare, intervenire. Le famiglie oscillano fra incredulità, negazione e delega. La punizione è necessaria ma non basta: serve una riparazione vera, che non costringa la vittima a perdonare per far comodo agli adulti.

La terza parte è dedicata al digitale. Il cyberbullismo non è un fenomeno nuovo, ma il bullismo di sempre con una forza nuova: l’offesa non finisce al suono della campanella, entra in casa, resta, si moltiplica.

Come combattere il bullismo

L’autore esamina le chat che escludono, i profili falsi, il body shaming, il pigging (il finto corteggiamento per umiliare una ragazza davanti al gruppo), le immagini intime diffuse senza consenso, i deepfake, cioè falsi creati al computer, la gogna degli screenshot e dei meme, il ritiro sociale degli hikikomori, le sfide pericolose sui social.

Lo smartphone, osserva l’autore, insegna una logica da interfaccia: ciò che disturba si blocca, si cancella, si sostituisce. Ma l’altro resta anche quando viene bloccato, e soffre anche quando non risponde. La rete non inventa la crudeltà: la amplifica.

La quarta parte parla di prevenzione. Le panchine gialle e blu e le giornate dedicate servono a nominare il problema, ma il simbolo non è un metodo. Il vero antidoto è il senso critico, che rompe l’unanimità del branco e rifiuta le parole che rendono innocente la violenza.

L’ultimo capitolo chiede a scuola, famiglie e comunità di distribuire le responsabilità senza disperderle. Nella postfazione Marchesini indica una radice antica di questa responsabilità condivisa: la dignità che il cristianesimo ha riconosciuto al bambino e al debole.

L’obiettivo del libro di Bonuglia

Roberto Bonuglia costringe gli adulti a guardarsi allo specchio. Il bullismo, ci dice, non rivela soltanto ciò che alcuni ragazzi sono disposti a fare, ma ciò che tutti gli altri imparano a tollerare, a giustificare, a non vedere. Il primo merito è la chiarezza. Bonuglia rifiuta le due scorciatoie che dominano il dibattito pubblico.

Da una parte la vecchia indulgenza della «ragazzata», che rimpicciolisce la violenza fino a renderla sopportabile. Dall’altra l’allarmismo che chiama bullismo qualunque litigio e svuota la parola. Fra questi due errori l’autore traccia una linea precisa: il bullismo comincia quando la relazione smette di essere un confronto e diventa il dominio stabile di uno sull’altro. Il secondo merito è il coraggio.

È raro leggere pagine così nette sul branco, sulla viltà di chi ride e di chi tace, sull’adulto che consiglia alla vittima di «non dare soddisfazione» e così la lascia sola una seconda volta. È rarissimo leggere che il perdono non può essere imposto alla vittima per far quadrare il percorso educativo del colpevole. Qui il libro dice una verità che molti protocolli scolastici dimenticano: la vittima non deve pagare due volte.

Il terzo merito è la competenza sul digitale. Bonuglia non demonizza lo smartphone e non lo assolve. Lo descrive come un ambiente che dà al bullismo memoria, pubblico e durata. Le pagine sul pigging, sulla diffusione di immagini intime, sui deepfake, sulla gogna degli screenshot spiegano a genitori e insegnanti fenomeni di cui spesso non conoscono neppure il nome. Sono pagine documentate, fondate su studi recenti, che l’autore cita con onestà, segnalandone anche i limiti.

Il primo passo contro il bullismo

Il quarto merito è la scrittura. Il libro è scientifico ma limpido, con frasi che restano in mente. Una fra tutte: «Il colore non è un metodo», a proposito delle panchine dipinte che troppo spesso sostituiscono l’impegno. O ancora l’immagine della vittima che finisce per guardarsi come la guardano i suoi persecutori, e allora non ha più bisogno di un pubblico: le basta uno specchio. Infine c’è il cuore del libro: il senso critico.

Il branco teme meno la predica dell’adulto che la disobbedienza di uno dei suoi membri. Il ragazzo che non ride, che non inoltra, che dice no, spezza l’incantesimo. È una lezione di libertà prima ancora che di educazione. La premessa lo dice in poche parole: dove l’altro riesce a porre un limite alla nostra forza, «comincia una comunità».

La postfazione di Roberto Marchesini aggiunge una prospettiva preziosa: la dignità del bambino e del debole, che ha fondato per secoli la responsabilità condivisa delle nostre comunità, nasce dal cristianesimo, e la vera virilità è mettere la propria forza al servizio di chi non può difendersi. Il primo passo è uscire dallo schema: non è colpa del bullo ma della società. Dove non c’è colpa, non c’è responsabilità, non c’è redenzione.

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