C’è qualcosa di squisitamente perverso nel vedere la Federal Reserve americana travestirsi da sceriffo di Tokyo per salvare lo yen, usando però i soldi di Bruxelles.
È l’ultimo capolavoro della finanza globale: la Fed ha deciso di difendere a spada tratta la valuta nipponica, ma per farlo non vende dollari, bensì euro. Come dire: l’operazione di salvataggio si fa, ma il conto lo paga il vicino di casa. La divisa giapponese guadagna lo 0,41% contro il biglietto verde, a 157 yen per dollaro.
La mossa, rivelata dalle indiscrezioni di Bloomberg e del Financial Times, è un saggio di alta diplomazia ipocrita. Per sostenere lo yen – precipitato di recente ai minimi dal 1986 a causa dei dubbi sulla politica di bilancio del premier Sanae Takaichi – la Fed di New York ha ordinato alle grandi banche d’affari di rastrellare la valuta giapponese vendendo la moneta unica europea.
Le ragioni di Washington e l’impatto sull’Eurozona
Il motivo di questo gioco delle tre carte è duplice. Da un lato, Washington applica la dottrina della nebbia che alzano le navi da guerra quando hanno bisogno di disimpegnarsi: vendere dollari per comprare yen sarebbe stato troppo trasparente. La banca centrale che vende la propria moneta per sostenere una valuta straniera avrebbe prestato il fianco a diverse critiche. Avrebbe indebolito il biglietto verde proprio mentre la Casa Bianca professa la linea del «dollaro forte» come simbolo di potenza, esponendola alle critiche del G20 per manipolazione competitiva dei cambi. Meglio non scoprire le carte, agendo nell’ombra attraverso i canali dell’euro.
Dall’altro lato, c’è un implicito e clamoroso attestato di sfiducia nei confronti della moneta europea, usata spudoratamente come un bancomat sacrificabile o, meglio ancora, come uno scudo umano. Da quando è iniziato questo gioco a fine luglio, l’euro ha infatti ceduto circa il 4% sullo yen.
Il nodo del debito nipponico e i rischi sui Treasury USA
Ma perché gli americani si danno tanta pena per la valuta del Sol Levante? Semplice: per fare un favore al governo di Tokyo, disperatamente terrorizzato dall’idea di dover alzare i tassi d’interesse. Se la Banca del Giappone fosse costretta a ritoccare verso l’alto i rendimenti per difendere da sola la propria moneta, per le finanze nipponiche sarebbe il crac.
Il Giappone viaggia infatti con un debito pubblico monstre che balla intorno al 260% del Pil. Per dare un parametro geometrico della tragedia: è esattamente il doppio di quello dell’Italia, un Paese che i mercati amano vivisezionare ogni giorno per un decimale di deficit.
Se i tassi salissero anche solo di un punto, il costo per finanziare quella montagna di debiti farebbe saltare il bilancio statale di Tokyo in cinque minuti. E poiché il Giappone è il più grande detentore al mondo di titoli di Stato americani, un eventuale collasso costringerebbe Tokyo a liquidare i Treasury, mandando all’aria anche i conti di Washington.
L’intesa Washington-Tokyo e le conseguenze per l’Europa
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il ministro delle Finanze Satsuki Katayama per dimostrare la solidarietà fra le due economie cinguettano all’unisono su X che non esiteranno a intervenire ancora. Lo yen ha così ripreso fiato, risalendo a quota 157 sul dollaro.
Tokyo respira senza sborsare un solo yen di interessi, l’America blinda i suoi bond, e l’Eurozona si ritrova con la valuta deprezzata senza aver capito bene il perché. Sul palcoscenico della finanza globale il trucco è riuscito perfettamente: lo spettacolo continua, e pazienza se il pubblico europeo non ha pagato il biglietto ma si ritrova comunque ripulito.
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