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JD Vance (Ansa)

Scossone alla Casa Bianca. Il capo di gabinetto, Susie Wiles, ha improvvisamente lasciato il suo incarico. A darne notizia è stato lo stesso Donald Trump nella serata dell’altro ieri. A prendere il suo posto sarà da domani il vice capo di gabinetto, Stepehen Miller.

Trump silura Susie Wiles e promuove Stephen Miller: la Casa Bianca sceglie la linea dura

Considerato un vero e proprio mastino, Miller è l’architetto della stretta migratoria particolarmente severa portata finora avanti dall’amministrazione Trump. La sua promozione è stata letta come la volontà, da parte del presidente, di adottare la linea dura nei confronti di un Congresso che, a partire da gennaio, avrà una maggioranza saldamente in mano ai dem. Senza dubbio, c’è del vero in questa interpretazione, anche perché Miller sostiene da sempre una concezione molto ampia del potere esecutivo. Tuttavia, la sua ascesa ha anche a che fare con dinamiche più complesse.

Innanzitutto, va sottolineato come, nelle ultime settimane, la posizione della Wiles si fosse fatta più traballante. Nonostante sia stato il capo di gabinetto più longevo di Trump da quando quest’ultimo arrivò per la prima volta alla Casa Bianca nel lontano 2017, la diretta interessata si era fatta non pochi nemici.

Un pezzo del mondo Maga la accusava di raffrenare eccessivamente il presidente. Secondo altri, tendeva invece a favorire soltanto i suoi alleati. Inoltre, con i sondaggi per le Midterm che da settembre si facevano sempre più cupi per i repubblicani, la sua poltrona aveva cominciato seriamente a scricchiolare.

Addirittura, a ottobre il Washington Post rivelò che Miller si era proposto a Trump come suo sostituto in caso di sconfitta del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato. La debacle repubblicana di martedì aveva quindi notevolmente indebolito la Wiles.

Dalla sconfitta alle Midterm alle tensioni con Hegseth: perché Wiles ha perso il posto

Secondo il Daily Mail, nei giorni immediatamente successivi alle Midterm, l’ormai ex capo di gabinetto avrebbe fatto di tutto per scaricare le responsabilità del conflitto iraniano sulle spalle del segretario alla Guerra, Pete Hegseth.

Non dimentichiamo del resto che i repubblicani hanno perso pesantemente le elezioni a causa dell’alto costo del carburante, innescato proprio dall’operazione militare contro Teheran. Il Daily Mail ha quindi riferito che Trump si sarebbe irritato per il fatto che la Wiles aveva fatto trapelare indiscrezioni alla stampa con lo scopo di colpire il capo del Pentagono.

Ne sarebbe scaturita una notevole tensione, esplosa durante una riunione giovedì nello studio ovale: una riunione in cui, secondo la testata, Trump avrebbe addirittura urlato contro la Wiles, incolpandola della recente disfatta elettorale dei repubblicani.

Come che sia, la nomina di Miller a nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca va letta nella sua complessità. Trump vuole dare senza dubbio un segnale battagliero ai dem, che hanno infatti accolto la designazione con ostilità.

Miller tra Melania e la guerra in Iran: il nuovo capo di gabinetto dovrà correggere la rotta

Al contempo, però, non va neanche trascurato che, secondo il Wall Street Journal, Trump, su input della moglie Melania, avrebbe recentemente criticato Miller per essersi spinto «troppo oltre» sulla stretta all’immigrazione clandestina. Inoltre, secondo Fox News, alcuni deputati repubblicani sono irritati per la sua nomina, considerandolo, proprio per questa ragione, uno dei responsabili della debacle di martedì.

Questo significa che il nuovo capo di gabinetto dovrà adesso probabilmente ammorbidire alcuni suoi tratti, anche per evitare di attirarsi le ire di una first lady che ha tutta l’intenzione di far sentire il proprio peso politico in seno all’amministrazione statunitense.

Ma non è tutto. Nonostante Miller sia sempre stato descritto come un deciso fautore del conflitto con Teheran, il New York Times ha riferito che, nel suo colloquio con Trump prima della promozione, avrebbe esortato il presidente a «porre fine alla guerra con l’Iran», in considerazione del fatto che molti elettori Maga la considerano un «tradimento».

Si tratta di un elemento molto interessante. Nonostante il siluramento della Wiles rappresenti una buona notizia per il capo del Pentagono, Miller non sembra intenzionato a spalleggiare la linea dura promossa da Hegseth nei confronti della Repubblica islamica.

Vance tratta con Teheran e guarda al 2028: la partita per il futuro del trumpismo

Questa situazione avvantaggia quindi JD Vance, che, da mesi in rotta con il segretario alla Guerra, è favorevole a una soluzione diplomatica con l’Iran. E infatti, proprio ieri, Axios riferiva che «Vance ha trascorso le ultime due settimane impegnato personalmente in colloqui indiretti con l’Iran, volti a raggiungere un nuovo cessate il fuoco e a riprendere i negoziati sul nucleare».

Del resto, come riportato da Fox News, il vicepresidente sarebbe al lavoro per la creazione di una «nuova destra» finalizzata a recuperare il voto dei trumpisti delusi. In tal senso, le dinamiche che si registrano in seno alla Casa Bianca si intersecano con le ambizioni che Vance nutre in vista delle primarie presidenziali del 2028.

Certo, il vicepresidente è uscito indebolito dalla debacle repubblicana alle Midterm, anche perché nel suo Stato, l’Ohio, il Grand Old Party è andato particolarmente male (non a caso il governatore uscente della Florida, Ron DeSantis, e il senatore del Texas, Ted Cruz, stanno già affilando i coltelli per contendergli la nomination).

Il dato di fatto è che però, al netto di tutte le difficoltà, Vance resta, almeno per ora, il profilo più solido dal punto di vista elettorale. È anche significativo che sia il figlio di Trump, Donald jr, sia lo stesso presidente statunitense, per quanto a mezza bocca, si siano detti d’accordo con il post su X, in cui mercoledì il numero due della Casa Bianca attribuiva alla guerra in Iran la ragione della sconfitta dei repubblicani.

La cerchia di Trump punta, insomma, a lanciare il vicepresidente verso la nomination. Vance scalda i motori. La strada per lui non è in discesa. Ma neanche del tutto impraticabile.

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