L’orda marocchina brucia Bruxelles e sveglia l’Ue dal sogno integrazione
Ansa
  • Belgio battuto ai Mondiali dalla nazionale magrebina: gli africani si riversano per le strade della capitale e devastano tutto quello che trovano. È una chiara manifestazione di odio, ma i progressisti li coccolano.
  • L’immigrazione fa crescere i crimini. La polizia di Barcellona: i non spagnoli sono il 76% degli arrestati, pur essendo il 17% appena della popolazione. Dati uniformi arrivano anche da enti francesi e tedeschi.

Lo speciale comprende due articoli.

Multicult in fiamme. Quella carcassa rossa d’automobile rovesciata che brucia a Bruxelles milioni di volte in tv e sui social rappresenta un rogo simbolico, un falò delle vanità progressiste: la pretesa che la favola dell’integrazione allo zucchero filato coincida con la realtà. È bastata una partita di calcio a far saltare il tappo nella città santuario dell’Unione Europea. Sono bastati due gol del Marocco davanti al relitto del Belgio ai Mondiali per esaltare l’orgoglio marocchino, incendiare la capitale e far deflagrare violenze per anni represse dalla melassa di Stato.

Dopo lanci di pietre, saccheggi, vetture e monopattini della municipalità distrutti, scene di devastazione, porfido divelto fra Place de la Bourse e boulevard Anspach (pieno centro) sono dovuti intervenire i reparti speciali in tenuta antisommossa con lacrimogeni e getti d’acqua per riportare l’ordine, mentre il sindaco Philippe Close imponeva di «procedere con gli arresti amministrativi nei confronti dei responsabili degli scontri». Quasi tutti pseudo tifosi immigrati calati dalle periferie multirazziali di Bruxellistan (soprattutto Molenbeek); quasi tutti incappucciati e determinati a scaricare rabbia e frustrazione che poco hanno a che vedere con la gioia per uno storico trionfo sportivo. Bilancio concreto: tre feriti fra i quali un giornalista, 10 arresti per violenza, teppismo e danneggiamenti. Bilancio politico: il fallimento della narrazione poetica della società multirazziale di massa.

Nel tentativo di cercare un alibi non richiesto, il commissario Ue per gli Affari economici Paolo Gentiloni ha twittato: «Dopo la partita, a Bruxelles saccheggi e violenze. Il calcio fa da detonatore». Sarebbe bene informarlo che il calcio non ha nulla a che vedere con la guerriglia urbana, anche perché in città i semplici supporter del Marocco erano impegnati in pacifici e strombazzanti cortei d’auto con sciarpe e bandiere come se ne vedono in Italia nel giorno dello scudetto o di un trionfo della Nazionale. Semmai oggi il calcio è un alibi. Un’uscita sgangherata, quella del colonnello piddino. Come dire che a causare le violenze delle gang magrebine a Milano la notte dello scorso Capodanno furono le gonne corte delle ragazze molestate.

Fare il gioco delle tre carte con causa ed effetto questa volta non funziona. Semmai l’orgoglio sportivo può essere considerato un veicolo e al tempo stesso una cartina di tornasole di mondi difficilmente permeabili; mentre l’Europa dei diritti universali tenta di cancellare l’ identità derubricandola a sovranismo deteriore, gli immigrati ne fanno un granitico baluardo. A maggior ragione se sono lontani dai loro luoghi d’origine. Il 2-0 gettato in faccia al Belgio serve a loro per enfatizzare le differenze, non per appiattirle.

Quando Ursula Von der Leyen sottolinea che «l’identità è passata di moda» dovrebbe spiegarlo ai marocchini che incendiavano Bruxelles con il lasciapassare della bandiera dei «leoni dell’Atlante». E con la collaborazione di numerosi compagni dell’Africa sub-sahariana che compaiono nei video: senegalesi, ghanesi, nigeriani felici di menare le mani accanto a loro contro gli «oppressori bianchi». Gli incidenti etnici di domenica pomeriggio creano preoccupazioni anche a Parigi; si temono scontri dopo Francia-Tunisia di domani, sia perché il ct nordafricano ha convocato 10 giocatori nati in Francia, sia perché nell’ultima partita (2008 allo Stade de France) la Marsigliese fu subissata di fischi.

In Belgio la temperatura sale in fretta perché la comunità marocchina è la più numerosa nel Paese: 580.000 persone a inizio anno su 12 milioni di abitanti. A Bruxelles la percentuale arriva al 19% e fra i minori al 28%. L’anno scorso tutti i media hanno scritto articoli su una curiosità solo apparente: il nome più usato nella capitale d’Europa per i nuovi nati è Mohamed. È vero che gli immigrati hanno fatto la fortuna del calcio belga (Romelu Lukaku, Axel Witsel, Marouane Fellaini) e che attualmente due ministri del governo sono di origini marocchine, ma l’incendio covava da tempo sotto la cenere: dopo gli attentati del 2016 le comunità straniere si sono radicalizzate, quella musulmana di Molenbeek si è chiusa ancora di più a riccio. Nel frattempo la crisi pandemica ha cominciato a mietere vittime: il tasso di occupazione per gli immigrati di seconda generazione è crollato e molte periferie vengono penetrate da un veleno sociale dal nome folcloristico, «mocro maffia», il racket marocchino della droga dall’impatto devastante.

Ancora una volta è il pallone a fare da specchio della collettività. Seline Amallah, pilastro della squadra che ha travolto il Belgio, è nato a Saint Ghislain in Vallonia, è cresciuto nelle giovanili del Belgio, gioca nello Standard Liegi ma quando è arrivato il momento di scegliere per quale bandiera rincorrere un pallone, ha guardato negli occhi i suoi genitori e ha scelto il Marocco. Sette titolari su 11 sono nati altrove ma giocano in divisa rossoverde; per loro radici e identità sono qualcosa di sacro. Per loro il globalismo è una parola vuota. Per loro la favola progressista dell’accoglienza diffusa – alla quale l’Italia a trazione piddina si è piegata negli ultimi 20 anni – è solo un pericoloso equivoco. I roghi di Bruxelles non ci parlano di eccessi sportivi. Ma della fine di un idillio a senso unico che non è mai cominciato.


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