Il truffatore woke di Cambridge è la punta dell’iceberg di un intero sistema
Cambridge (Getty Images)

Lo storico del quarto secolo Ammiano Marcellino descrisse la degenerazione delle scuole di retorica indicando le nuove figure dei «finti avvocati». Era gente che in realtà non aveva frequentato il normale cursus studiorum ma semplicemente simulava conoscenze sentite qua e là, rappresentava i clienti in giudizio, si faceva pagare in anticipo e perdeva regolarmente la causa.

Ammiano citava queste figure per parlare della «degenerazione delle scuole» e non poteva certo sapere di stare già parlando di Cambridge e di Jason Arday. Ormai chi sia lo sanno tutti: quell’ex docente di Cambridge di origini ghanesi la cui vita sembra un romanzo woke ma che è stato comunque elevato a simbolo di competenza ed inclusività dalla comunità accademica dell’ateneo inglese. Il caso è oltremodo interessante, tanto da far parlare tutto il mondo accademico anglosassone e non solo, perché con Jason Arday si è valicato ogni scrupolo di verosimiglianza. Stiamo parlando di una persona che ha detto di aver imparato a leggere e scrivere a 18 anni, di essere stato un giocatore di biliardo professionista, di essere stato un calciatore professionista, di aver partecipato a una serie della Bbc andata in onda 21 anni prima della sua nascita, di aver corso 30 maratone in 35 giorni, di essere stato molestato, minacciato ed aggredito decine di volte durante tutta la sua vita e, nel frattempo, di aver fatto carriera accademica in Inghilterra. La sua tesi di dottorato di 401 pagine conterrebbe 185 frasi identiche alla tesi di un altro e, malgrado ciò, gli viene data prima una cattedra a Glasgow poi viene chiamato a Cambridge come docente di ruolo a 37 anni; gli vengono conferite varie lauree honoris causa perché è nero, gira il mondo a fare convegni e raccoglie fondi per fantomatiche Ong. A quel punto qualcuno a Cambridge comincia a far notare che le sue pubblicazioni sono copiate o inesistenti e Arday denuncia la cosa alla polizia. La polizia indaga per «molestie» i docenti che fanno domande ad Arday via mail, il Telegraph inizia a far notare la cosa e la comunità docente di Cambridge parla di razzismo; escono le lettere aperte a favore di Arday il quale viene definito dalla sua preside di facoltà «il migliore al mondo nella sua materia». Lo scandalo però si allarga, il curriculum, nel quale Arday afferma di essere stato anche in cinque posti contemporaneamente, appare tutto inventato, lui si dimette da Cambridge, la lettera di dimissioni risulta copiata, dice di copiare le cose in quanto autistico, si dichiara vittima di razzismo, la sua biografia pagata in anticipo è ora in uscita. Giacché tutto ciò non è il frutto di un geniale quanto unico individuo bensì è il parossismo di un sistema accademico, culturale, sociale e psicologico chiamato «cultura woke» che domina ormai il sistema accademico occidentale, occorre porsi alcune domande. La prima verte sul perché il sistema di potere abbia deciso di smantellare l’università. Esiste infatti una precisa strategia di depotenziamento simbolico, dissacrazione e ridicolizzazione di ogni tradizionale istituzione culturale, politica e sociale dell’occidente, e ciò al fine di rimuovere gli ostacoli all’instaurazione dell’unico mercato mondiale sotto un unico governo mondiale. Le culture nazionali, le tradizioni, le consuetudini sociali, sono oggettivi ostacoli a questo progetto e definite quindi «razziste» e basate sul «patriarcato bianco», tutti retaggi di un mondo ingiusto da abbattere. Giacché il Globalismo implica l’assoluto egualitarismo, se i docenti universitari sono bianchi è perché approfittano di un privilegio; basterà dunque sostituirli con un rappresentante delle minoranze oppresse per dimostrare come le premesse simboliche e culturali che si oppongono al Globalismo sono fittizie. Si prendono tanti Jason Arday, li si veste da docenti di Cambridge e si assegna loro un corso sul tipo di alcuni realmente presenti quali: «Relazioni di genere e tecnologia in Ghana», «Politica economica della circoncisione femminile», «Mobilitazione lesbica e queer in Kenya», «Impossibilità delle vite trans», sulla base di competenze simulate o copiate, e si dimostra così che Cambridge può essere cambiata in una realtà inclusiva e non razzista. Qui però si apre un secondo problema: un’università che non fornisce competenze reali ma fornisce solo percorsi di stati d’animo sposta automaticamente la trasmissione di sapere e competenze in luoghi esoterici, clandestini, informali, extra-istituzionali, riservati a una élite occulta di geni o di ricchissimi, lasciando che le masse si adattino a modelli di analfabetismo e distacco psicotico dal reale assolutamente privi di ogni spendibilità lavorativa se non all’interno dello stesso mondo formativo che li ha prodotti, divenendo così perpetui «malati» da assistere attraverso servizi sociali e percorsi «formativi» che non finiscono mai. È chiaro che l’IA porrà fine alla millenaria storia delle universitates giunte ormai alla loro autodistruzione crepuscolare, ma lo farà ponendo la nuova grande questione epistemologica, per la quale la conoscenza consisterà nello riuscire a non subordinarsi all’IA stessa ed a mantenere le capacità di giudizio e selezione nei confronti dei suoi prodotti. E tali capacità saranno trasmesse di maestro in allievo.

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