In Francia 139.000 infibulazioni
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Tra i problemi legati al rifiuto dell’integrazione, nel Paese di accoglienza, da parte di alcune persone migranti, c’è anche quello delle mutilazioni genitali femminili. La pratica è purtroppo estremamente diffusa in molte nazioni dalle quali provengono le persone migranti. Oltre che ad essere barbarie compiute sul corpo di donne, spesso poco più che bambine, l’infibulazione, l’escissione (ablazione) e pratiche simili sono anche una manifestazione del ruolo assegnato alla donna in certe culture. Donne considerate come oggetti o proprietà alle quali vengono asportati o danneggiati gli organi genitali esterni.

Durante l’estate, periodo propizio per i rientri nei Paesi d’origine di molte persone migranti, il governo francese ha avviato una campagna nazionale di sensibilizzazione sul rischio delle mutilazioni genitali femminili,

Secondo il sito del ministero transalpino per l’Uguaglianza uomo-donna, in Francia «si stima a 139.000 il numero delle donne che hanno subito l’escissione». Lo stesso sito precisa che «nessuna pratica» di mutilazione genitale femminile «è stata recensita sul territorio francese». Il ministero riporta che «alla fine del 2024, 24.791 minorenni» erano seguite dall’Ufficio francese della protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra) a causa della loro «esposizione al rischio di mutilazioni sessuali». Tra le quasi 25.000 minorenni, 3.571 erano state prese in carico dall’Ofpra «nel corso del solo 2024».

Ogni anno quindi, delle bambine e delle ragazzine rischiano di essere mutilate in occasione di soggiorni all’estero, dove si perpetua questa pratica. Le Figaro ha ripreso dei dati dell’Unicef per realizzare una classifica dei Paesi dove le mutilazioni genitali sono più frequenti. I numeri danno i brividi. Basti pensare che in certe nazioni, più della metà delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni, ha subito queste brutalità. È il caso: della Somalia (99%),della Guinea (95%), di Gibuti (90%), del Mali (89%), dell’Egitto e del Sudan (87%), dell’Eritrea e della Sierra Leone (83%), del Gambia (73%), dell’Etiopia (65%), della Mauritania (64%), del Burkina Faso (56%) e della Guinea Bissau (52%).

È importante conoscere questi dati e magari anche mostrarli a chi ritiene che sia normale che certe persone immigrate (in particolare alcuni uomini) non debbano integrarsi in Italia o in Europa, forse perché considerate «vittime» del colonialismo. Eppure persino sul sito del Parlamento Ue si legge che «la rete europea End Fgm stima che vi siano oltre 600.000 sopravvissute alle Mgf (mutilazioni genitali femminili) residenti in Europa» e che «circa 20.000 donne e ragazze provenienti da Paesi in cui si praticano le Mgf chiedono asilo nell’Ue ogni anno». Un numero che «è cresciuto costantemente dal 2008». Sullo stesso sito si legge che «l’Unicef stima che, a livello mondiale, almeno 200 milioni di donne e ragazzine sono state “tagliate”, mentre circa 4 milioni di ragazze rischiano ogni anno di subire delle mutilazioni genitali femminili. Tale pratica, molto comune in 28 Paesi africani, prevale anche in aree del Medio-Oriente e dell’Asia».

Insomma, qui il colonialismo, il machismo o il paternalismo, o qualunque altra colpa presunta dei cosiddetti «maschi bianchi» non c’entrano. Ma è curioso che tra le file delle femministe non ci sia chi porti avanti una vera battaglia per combattere queste pratiche. Forse però si rischia di chiedere un po’ troppo a delle militanti pronte a scendere in piazza per protestare praticamente per qualsiasi cosa e per dare la colpa al solito rischio del ritorno del fascismo (specie se al governo c’è la destra). Probabilmente, per queste pasionarie dei diritti delle donne ci sono patriarcati e patriarcati. Alcuni servono a combattere contro il fascismo, a difendere la democrazia ecc. Altri no.

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