Veicolo della missione delle Nazioni Unite UNMISS percorre le strade di Juba in Sud Sudan
Un veicolo fuoristrada della missione delle Nazioni Unite Unmiss percorre le strade di Juba, in Sud Sudan (Getty Images)

Un convoglio della Unmiss, la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, è stato attaccato da un gruppo di ribelli nello Stato di Jonglei e nello scontro sono rimasti uccisi due peacekeeper etiopi.

La pattuglia dei caschi blu si stava dirigendo verso il centro abitato di Pajut, quando è caduta in una vera e propria imboscata. Il commando di assalitori ha bloccato la strada principale iniziando a sparare da entrambi i lati e bersagliando i mezzi della colonna della missione onusiana. Due soldati sono rimasti uccisi ed altre sette persone sono rimaste ferite tra le quali altri tre caschi blu, sempre provenienti dall’Etiopia, due agenti del Servizio di Polizia Nazionale del Sud Sudan e due membri del personale civile.

L’azione contro le Nazioni Unite non è stata rivendicata, ma in questa regione nella parte orientale del paese agiscono molti gruppi paramilitari, spesso organizzati su base etnica. Il Sud Sudan, dalla sua nascita nel 2011 dopo 50 anni di lotta di liberazione dal Sudan, non ha mai trovato pace e lo scontro militare fra il presidente Salva Kiir e l’ex primo vice presidente Riek Machar continua, distruggendo il tessuto sociale della nazione.

Le milizie e il nuovo fronte di Jonglei

Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan in Opposizione (Splm-Io), il partito guidato da Machar, ha accusato l’esercito regolare di aver impiegato aerei governativi per trasportare armi e munizioni destinate a gruppi armati del nord dello Stato di Jonglei a metà agosto. Una serie di milizie nate per la protezione di città e villaggi si sono di fatto trasformate in potentati locali che il governo di Kiir cerca di arruolare per combattere le forze ribelli.

La regione di Jonglei ha un’importanza strategica perché confina con l’Etiopia da dove i ribelli riescono a far arrivare le armi grazie ai rapporti con le milizie dei gruppi etnici di Addis Abeba, come il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF).

L’Onu è presente a Juba dal 2011, vale a dire dalla fondazione dello stato, ed anche se doveva rimanere soltanto tre anni, il suo contingente è stato continuamente rinnovato. A oggi oltre 20.000 caschi blu agiscono nel tribolato paese africano, ma non riescono a mantenere la pace fra i due principali contendenti che si combattono nelle regioni centrali e meridionali.

L’Onu accusa Kiir e Machar

Anita Kiki Gbeho, la Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite e Capo dell’Unmiss, ha definito questo attacco come un crimine di guerra accusando sia Salva Kiir che Machar di non fare abbastanza per dare stabilità alla nazione. Le Nazioni Unite stanno anche allestendo una forza di reazione rapida da inviare nella zona per cercare i colpevoli di questo attacco.

Il portavoce del Segretario Generale Stephane Dujarric ha dichiarato che stando alle informazioni raccolte sembra che ci fosse un piano ben preciso per colpire proprio i caschi blu. La caccia agli operatori umanitari a Juba sta diventando sempre più feroce e nei primi otto mesi del 2026 si contano già 36 vittime.

Il governo sudsudanese ha condannato l’episodio, scaricando interamente la colpa su miliziani irregolari alleati del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan in Opposizione (Splm-Io), di Riek Machar, che ha invece risposto di essere totalmente estraneo ai fatti e di non avere alleati in quella zona, controllata da movimenti filo-governativi.

La crisi umanitaria

La situazione sul terreno resta molto complicata e proprio lo Stato di Jonglei si è trasformato in un nuovo fronte. Gli scontri ed i continui ordini di evacuazione stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire dalle proprie abitazioni, senza mezzi di sussistenza, accesso al cibo e servizi essenziali.

La situazione alimentare in tutto il Sud Sudan è sempre più critica con quasi 6 milioni di persone che soffrono di malnutrizione acuta e tra queste 1,3 milioni sono in condizioni estremamente gravi. Le stime di alcune Ong prevedono che oltre 10 milioni di persone, circa due terzi del totale della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria nell’arco dei prossimi mesi.

Tutto mentre il presidente Salva Kiir sta cercando di organizzare le elezioni nel prossimo dicembre per confermare il proprio ruolo, ma l’opposizione ha già dichiarato che boicotterà la tornata elettorale e gli osservatori internazionali stimano che sarà possibile votare in meno di un terzo dei seggi previsti.

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