Persiste il gelo nel rapporto tra Donald Trump ed Elon Musk. Nonostante venerdì avesse tentato una sorta di riappacificazione con il presidente americano, ieri il ceo di Tesla ha lasciato intendere di voler fondare un nuovo partito. Il magnate ha infatti dichiarato: «Il popolo si è espresso. In America serve un nuovo partito politico che rappresenti l’80% della popolazione nel mezzo. Ed esattamente l’80% delle persone è d’accordo. È destino». Il riferimento era al sondaggio da lui stesso lanciato giovedì su X, in cui, a fronte di oltre cinque milioni e mezzo di votanti online, l’80% si è espresso a favore della creazione di un nuovo soggetto politico, che dovrebbe in caso chiamarsi America Party. Posto che i cittadini Usa sono circa 340 milioni, la domanda da porsi è allora ovvia: ammesso che il ceo di Tesla tiri dritto, un suo eventuale partito avrebbe delle chances di successo? La risposta è probabilmente negativa. Partiamo subito ricordando che la Costituzione americana impedirebbe a Musk di candidarsi alla presidenza, essendo lui nato in Sudafrica. Ciò detto, è chiaro che, dovesse fondare un partito, il magnate ne rappresenterebbe assai verosimilmente il volto. E, a quel punto, potrebbero emergere degli scogli. Innanzitutto, un sondaggio di YouGov ha certificato che, nella disputa tra Trump e Musk, il 71% dei repubblicani si è schierato con il presidente, mentre soltanto il 6% con il magnate. Passando all’elettorato complessivo, il 28% ha dato ragione a Trump, l’8% a Musk. Elemento ancor più significativo: il magnate ha racimolato un 8% anche tra gli elettori indipendenti a fronte di un 18% raccolto dall’inquilino della Casa Bianca. In secondo luogo, va sottolineato che, nella lite tra Musk e il presidente, gran parte della pattuglia parlamentare repubblicana si è schierata a favore di quest’ultimo. Se guardiamo inoltre alla base del mondo Maga, si registra una sua fetta, principalmente capitanata da Steve Bannon, che non ha mai mostrato simpatia per Musk. Un altro fattore da considerare è che il ceo di Tesla continua a essere inviso ai dem. Contrari a un suo ingresso nel Partito democratico si sono infatti detti, nelle scorse ore, vari suoi esponenti, come Alexandria Ocasio-Cortez, Greg Casar e Jared Huffman. Non dimentichiamo poi che, in termini di consenso, Musk, negli Usa, non è popolarissimo: basti pensare alla sconfitta, in aprile, del candidato che aveva fortemente sostenuto alle elezioni per la Corte Suprema del Wisconsin. Più in generale, va detto che, anche a causa del sistema elettorale statunitense, i partiti terzi hanno generalmente fallito Oltreatlantico. L’unico che riportò un risultato degno di nota fu il Progressive Party di Theodore Roosevelt che, alle elezioni presidenziali del 1912, arrivò secondo dietro al Partito democratico e davanti a quello repubblicano. Ciononostante si trattò di una formazione politica che evaporò pochi anni più tardi. Inoltre, l’ultima volta che un terzo partito si aggiudicò almeno uno Stato alle presidenziali fu nel 1968, quando l’American Independent Party, guidato da George Wallace, ne conquistò cinque. Più che «America Party», il ceo di Tesla potrebbe prendere ispirazione da Matteo Renzi e fondare il suo «America viva», probabilmente con gli stessi modesti risultati ottenuti in Italia dal partito del fu Rottamatore.
Tuttavia, se dal punto di vista del consenso l’eventuale nuovo partito di Musk difficilmente otterrebbe risultati significativi, non è escluso che possa in caso attuare delle azioni di disturbo. Vista la maggioranza risicata del Gop al Senato, un suo eventuale partito potrebbe cercare di attrarre il piccolo gruppo di repubblicani ostili alla legge di spesa, sponsorizzata da Trump: il che, se accadesse, rappresenterebbe un grosso problema per il presidente.
Resta comunque il fatto che, al netto dei poderosi finanziamenti elettorali da lui versati al Gop nel 2024, Musk è particolarmente vulnerabile sui contratti federali delle sue aziende: contratti che Trump ha minacciato di rivedere. È anche questo che sta portando il ceo di Tesla a non demordere del tutto nel suo tentativo di disgelo: ha per esempio cancellato il tweet in cui diceva che il presidente Usa fosse negli Epstein files. Ciononostante ieri, oltre a smentire la sua presenza in quelle carte definendola una «notizia vecchia», Trump ha detto di non voler ricucire col magnate, minacciandolo anche di «gravi conseguenze» qualora dovesse finanziare i dem. Il vero punto è che parte consistente dell’establishment economico e della Difesa teme gli esiti dello scontro tra Trump e Musk. Se Musk ha bisogno dei contratti col Pentagono, il Pentagono ha bisogno della tecnologia di Musk. Un elemento, questo, che lo stesso presidente americano ha ben presente, visto che considera una priorità la competizione economica, militare e tecnologica con la Cina. Non è probabilmente un caso che, tra i pacieri, sia spuntato un uomo di establishment, come il finanziere Bill Ackman. Teniamo sempre presente che, nel 2024, pezzi consistenti degli apparati della Difesa e di Wall Street, rimasti delusi dall’amministrazione Biden, hanno sostenuto Trump: la conversione politica di Musk al Partito repubblicano rientrava in questa dinamica. Una dinamica che, visto il suo livello sistemico, è ben più pesante delle differenze caratteriali o di vedute sull’economia tra i due litiganti. È questo il fattore che, pur tra mille difficoltà, potrebbe nel tempo riavvicinarli. Il carisma politico, del resto, non si costruisce fondando nuovi partiti dall’oggi al domani. Lo si costruisce rialzandosi subito dopo che ti hanno sparato, sfidando la possibilità di prenderti un’altra pallottola. E questo lo sa bene anche Musk, visto che diede il suo endorsement a Trump a seguito dell’attentato di Butler.
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