Gli ebrei radicali sfidano Bibi. Londra preme su Israele: «Valutiamo altre sanzioni»
Ansa
  • Gli ultraortodossi: sfiducia a Netanyahu. Veto Usa all’Onu su una risoluzione troppo blanda con Hamas. La Germania conferma le forniture belliche a Gerusalemme.
  • Khamenei respinge la bozza americana sul nucleare. Il tycoon su Truth: «Il presidente vuole collaborare, siamo entrambi d’accordo che Teheran non può avere l’atomica».

Lo speciale contiene due articoli.

Il mondo continua a dividersi sulla crisi di Gaza. Ieri, gli Stati Uniti avevano informato Israele di voler porre il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che, pronta per essere votata ieri stesso, chiedeva un cessate il fuoco nella Striscia. In particolare, secondo il Times of Israel, Washington avrebbe ritenuto che il testo non attribuisse adeguatamente ad Hamas le proprie responsabilità. Dall’altra parte, la tensione tra Israele e il Regno Unito sta continuando a salire. Il premier britannico, Keir Starmer, ha infatti reso noto di voler prendere in considerazione ulteriori sanzioni contro lo Stato ebraico. «La recente azione di Israele è spaventosa e, a mio avviso, controproducente e intollerabile. Ci siamo fermamente opposti all’espansione delle operazioni militari e della violenza dei coloni, nonché al blocco degli aiuti umanitari», ha dichiarato. «Continueremo a valutare ulteriori azioni insieme ai nostri alleati, comprese le sanzioni», ha proseguito. Il governo britannico, che aveva già imposto sanzioni a maggio su tre coloni israeliani, ha inoltre invocato un’«indagine immediata e indipendente» sui palestinesi uccisi nei pressi dei siti di distribuzione degli aiuti nella Striscia.

Più serene appaiono invece le relazioni di Israele con la Germania. Ieri, il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha confermato che Berlino continuerà a fornire armamenti allo Stato ebraico, sebbene precedentemente avesse espresso qualche titubanza. In tutto questo, il Times of Israel ha riferito che Hamas dovrebbe presentare a breve una proposta di accordo sugli ostaggi meno distante da quella avanzata dall’inviato americano, Steve Witkoff, la settimana scorsa. Dall’altra parte, secondo il Jerusalem Post, vari clan di Gaza si sarebbero armati e starebbero sfidando il potere locale della stessa Hamas.

Nel frattempo, Israele ha reso noto di aver bombardato, nella notte tra martedì e mercoledì, del materiale bellico situato nella parte meridionale della Siria. L’attacco è stato condotto come ritorsione al lancio di due razzi provenienti dal territorio siriano: i primi sparati dalla caduta di Bashar al Assad l’anno scorso. «Riteniamo che il presidente della Siria sia direttamente responsabile di ogni minaccia e attacco contro lo Stato di Israele e che una risposta completa arriverà presto», aveva affermato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, riferendosi ad Ahmed al-Sharaa. Ricordiamo che Gerusalemme guarda con sospetto al nuovo governo siriano, sostenuto dalla Turchia. E che non ha condiviso la recente decisione dell’amministrazione Trump di allentargli le sanzioni. «La Siria non è mai stata e non sarà mai una minaccia per nessuno nella regione», ha dichiarato, dal canto suo, il ministero degli Esteri di Damasco, negando ogni responsabilità nel lancio dei razzi contro lo Stato ebraico. Un funzionario siriano ha inoltre detto a Reuters che i colpevoli sarebbero da ricercare in alcune milizie filoiraniane, legate al precedente regime di Assad.

Israele continua frattanto a monitorare con attenzione i colloqui tra Teheran e Washington sul nucleare. Ieri, l’ayatollah Ali Khamenei ha respinto la bozza di accordo, proposta dagli americani, definendola «contraria al 100%» ai principi della Rivoluzione khomeinista. In particolare, Khamenei ha dichiarato che l’Iran non rinuncerà all’arricchimento dell’uranio. «Sulla base del nostro potenziale accordo, non permetteremo alcun arricchimento dell’uranio», aveva invece affermato martedì Donald Trump, che ieri ha parlato di Iran nella sua telefonata con Vladimir Putin. Nell’occasione, lo zar si è proposto de facto come mediatore. È interessante ricordare che a marzo, secondo Reuters, Benjamin Netanyahu vedeva in Mosca una forza per controbilanciare il nuovo governo di Damasco in funzione antiturca. Dall’altra parte, la Russia ha necessità di recuperare terreno in Siria per arginare l’influenza di Ankara in loco.

Tuttavia – oltre a Iran, Gaza e Siria – Netanyahu deve fronteggiare anche problemi di politica interna. Un partito della sua coalizione, lo schieramento ultraortodosso Ebraismo della Torah Unito, sarebbe infatti pronto a presentare una mozione per sciogliere la Knesset e indire nuove elezioni: la ragione risiede nel fatto che l’attuale coalizione di governo non sta riuscendo a far approvare una norma in grado di esentare dalla leva militare gli studenti delle yeshivah. Ieri, il Times of Israel riportava che pure il partito Shas, anch’esso in maggioranza, potrebbe appoggiare la mozione di Ebraismo della Torah Unito: mozione a sua volta sostenuta dallo schieramento d’opposizione, Unità Nazionale. In serata, il premier israeliano si è comunque detto fiducioso sulla possibilità di trovare una soluzione relativamente alla questione della leva.

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