«Pizzo passepartout perfetto sia di notte sia esibito di giorno»
  • I creatori del marchio Ermanno e Toni Scervino: «Se perderemo l’artigianalità, faremo sparire il made in Italy. Ora puntiamo su India, Sud America e Africa».
  • Sulle passerelle vince la morbidezza. Il settore ha perso il 26% del fatturato in un anno. Carlo Capasa: «Presenteremo al governo un piano per il Recovery fund». Le sfilate di Milano cercano di ripartire con 124 eventi.

Lo speciale comprende due articoli.

A dir il vero si ha davvero nostalgia delle sfilate e di certi riti che le accompagnavano. Ogni stilista aveva i suoi. Per esempio, Ermanno Scervino chiude sempre il suo défilè con una canzone: If everybody in the world loved everybody in the world degli Stylophonic accompagnava come un mantra la sua ultima passerella, quella che vede le indossatrici uscire in fila indiana prima del saluto del couturier che arriva per ricevere gli applausi del pubblico. Una sorta di rito scaramantico. Nel testo si parla d’amore, un amore verso tutti, un sentimento che traspira anche dallo stilista fiorentino, carico di quella sensibilità e passionalità che sa tradurre in abiti. Un dono che ha fatto sì che si formasse un binomio inscindibile come quello con Toni Scervino, uno il cuore l’altro la mente, creatività e determinazione, estro e fermezza. Tutto è iniziato nel 2000 quando lo stilista e l’imprenditore si sono incontrati.

La moda nell’anima?

Ermanno Scervino: «Fin da quando avevo 5 anni sentivo il senso della moda. Ero più attratto dall’immagine che dai soldatini, ho seguito la mia vocazione, ho voluto trasformare in un lavoro la mia passione che continua anche ora con lo stesso entusiasmo. Il business è iniziato dall’incontro con Toni, aspirante medico ma davvero portato per questo mestiere. Abbiamo una grande stima litigiosa».

Toni Scervino: «A me la passione l’ha fatta venire Ermanno. E vivendo in Toscana la moda la respiri in ogni momento. Negli anni Sessanta e Settanta imperava il lavoro a domicilio delle donne e in quasi ogni casa c’erano le mamme che oltre ad accudire la famiglia facevano le magliaie, intrecciavano scarpe e borse, cucivano abiti e cappelli. La grandezza dell’Italia di allora è stato il lavoro a domicilio, il vero boom economico fu quello perché una donna non doveva rinunciare a seguire i figli e allo stesso tempo era un’importante fonte di guadagno. La maggior parte aveva addirittura le macchine da maglieria in casa. Forse è per questo che amo tanta la maglia, la domenica mi diverto ad andare nel nostro maglificio a controllare. Ho iniziato dalla gavetta con Ermanno, lui stilista, io l’uomo dei numeri. La creatività è la sua».

Come nasce l’ispirazione?

E.S.: «Viaggiando, leggendo, dai marciapiedi del mondo. Mi piacciono le capitali. Il nostro è un luogo di eccellenza, la nostra azienda è ubicata in una zona di grande bellezza, si vede il Duomo di Firenze ma sei in campagna. Le ispirazioni ti vengono anche da lì e poi dalla musica, da un film, da sensazioni. Trovo che uno stilista deve valutare il momento che vive. È la voce dell’artigianato, dell’industria verso la gente. Uno stilista bravo deve capire fino a che punto deve portare il prodotto verso il pubblico al di là delle star».

E la nuova collezione del prossimo autunno inverno?

E.S.: «Il film è stato girato a Palazzo Serbelloni. Perché è irrinunciabile, anche in un momento come questo, la ricerca della bellezza. Sono attirato dai non eventi, non mi viene da fare abiti a coda, ma più da creare il nuovo traendo spunti da tessuti tecnici, mischiando maggiormente il quotidiano. Il futuro immediato non è quello dei grandi balli ma sono convinto che quando saremo tutti vaccinati presto ci dimenticheremo di quello che ci è capitato e torneremo alle nostre vite. Almeno lo spero. Questa è una collezione elegante, moderna, intuitiva ma con più pudore. Ho iniziato con sottovesti e piumini la mia carriera. Direi che la penso ancora così ma senza nostalgia, guardando a quello che verrà. Il glamour datato mi fa vintage senza la modernità».

Dove sta la modernità?

E.S.: «Nel fare qualcosa di manuale, con un’artigianalità che determina il lusso ma con materiali moderni. Accanto al tecnico rimane sempre il pizzo, che ho fatto anche di pelle. Il pizzo è il mio minuetto. Un abito di pizzo lo puoi mettere anche nella quotidianità. Se lo si indossa con un cappotto o con un grosso maglione lavorato con frange a trecce fatte a mano è adatto a qualsiasi ora. È un dialogo continuo tra giorno e sera. Mi sono spinto a usarlo ancora di più in questo senso. La preziosità incontra il mondo dello sport come nella gonna a pieghe in neoprene. Nonostante il momento le donne non hanno dimenticato la loro sensualità. Arthur Schopenhauer diceva che cibo e sesso sono alla base della vita».

Dove avviene la vostra produzione?

T.S.: «In Italia, quasi tutta in Toscana, e ci sono laboratori anche in altre regioni. Ogni progetto nasce in azienda, campionari e prototipi. Prato è vicina ed è il luogo dove Ermanno fa fare pressoché tutti i tessuti e poi c’è Santa Croce, uno il polo del tessuto e l’altro della pelle. Siamo in una zona privilegiata. Oltre ad avere la manualità c’è anche la materia prima. Trent’anni fa il nostro territorio era famoso per i corredi. Generazioni e generazioni di donne lavoravano e intagliavano i pizzi. Ermanno li ha trasformati in pizzi per abbigliamento. L’intimo ora è esibito. E il valore aggiunto è l’alto artigianato».

I numeri?

T.S.: «Cinquanta negozi oltre a 300 multimarca nel mondo. Per noi lavorano più di 300 persone cui aggiungere un indotto di 1.500. Mercati principali l’Asia, la Russia e confido che arrivino presto India, Sud America e Africa. La Cina è ripartita ma non basta, così come l’online. Non è possibile pensare di farcela senza aiuti».

Cosa vedete nel futuro?

T.S.: «Il settore ha subito un colpo pazzesco ma è quello meno aiutato. La politica pensa che la moda sia la modella che va su e giù in passerella, non la vede come un’industria. Il problema è che se si perdono delle capacità lavorative nella moda, e quelle che ci sono oggi sono un patrimonio di sapienza come sarte e modelliste straordinarie che abbiamo solo nel nostro Paese. Il made in Italy, che è capacità tramandata, verrà compromesso in modo devastante».

E.S.: «La nostra creatività è l’unica e più potente cura che abbiamo. E anche l’amore per il nostro Paese. Dovremmo imparare a essere come i francesi che considerano la moda un bene prezioso».


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