- Luigi Lardini, l’inventore del fiorellino che rende le giacche inconfondibili: «Stiamo perdendo il nostro stile. Le sfilate maschili? Sono ridicole, non le faccio».
- Tutto pronto per Pitti uomo, l’Onu dell’abbigliamento. La fiera dell’abito per lui va in scena a Firenze dal 7 al 10 gennaio. Ci saranno 1.203 marchi (540 stranieri), attesi 30.000 rivenditori.
Lo speciale comprende due articoli.
Il mitico fiorellino, quei quattro petali ormai diventati logo, festeggia, con l’anno nuovo, i 12 anni dalla sua prima uscita. Luigi Lardini lo inventò nel 2008 (l’azienda è nata nel 1993) e da allora ne ha fatta molta di strada finendo all’occhiello di decine e decine di mezzibusti, presentatori, sportivi e uomini di spettacolo in genere, soddisfatti d’indossare capi inconfondibili per stile e eleganza.
«Bisogna fare attenzione», dice Luigi Lardini, direttore creativo e fondatore del marchio con i fratelli Andrea e Lorena, «ormai saremo costretti a una certa selezione per non inflazionare, si potrebbe cadere nella reazione opposta, che non lo vogliono più perché ce l’hanno tutti». Lardini, che mai ha tradito le sue origini di Filottrano mantenendo l’azienda sul territorio marchigiano e dando lavoro a oltre 1.000 persone sarà uno dei marchi più gettonati al Pitti, che aprirà i battenti il 7 gennaio.
Ciò che conta, e vale il successo internazionale, è la perfetta vestibilità di abiti che sembrano usciti dalle mani di un sarto, la cura dei dettagli, la ricerca continua di proposte che sappiano interpretare il vestire contemporaneo. Un marchio che guarda sempre avanti fino alla neo collaborazione con il designer giapponese Yosuke Aizawa, curata in prima persona da Alessio Lardini, a rappresentare la seconda generazione, e che ha dato vita alla capsule Lardini by Yusuke Aizawa, che verrà presentata in anteprima al Pitti, una linea ultramoderna (otto capispalla e tre sneaker in differenti varianti) capace di unire la sapienza sartoriale di uno stile inconfondibile con comfort, funzionalità, vestibilità e design ultramoderno di alto profilo.
Grandi novità a Pitti Uomo, quindi. A cominciare dalla capsule che vede uniti Marche e Giappone. E la maison Lardini con cosa arriva a Firenze?
«Presentiamo una collezione che si ispira al mood della Transiberiana e cenni che ricordano il film Dottor Zivago, con i colori della steppa, i beige, i verdi militare, qualche accenno di viola e melograno per dare una sensazione di vivacità e uscire fuori da quei toni scuri che mettono anche tristezza, in più, quando si lancia il nero, c’è aria di crisi».
Capi clou?
«Stiamo lavorando sui modelli, allargando i pantaloni, giacche più comode, cappotti ampi, over, allungati. Il cappotto è grande protagonista già da questa stagione e il prossimo inverno sarà il capo immancabile. Perfetto portato con sotto una dolce vita, a mo’ di giacca. Guardando le vendite, ci rendiamo conto che è il pezzo del guardaroba maschile più richiesto. Il cappotto ci ha dato sempre delle ottime soddisfazioni, sia da uomo che da donna. I nostri sono cappotti nobili, in esclusivo filato jersey Harris Tweed, lana, alpaca e mohair. Non manca il paltò in linea con le attenzioni sostenibili, realizzato in «carta tessuta», filato creato con l’Abaca, piantagione che ha un impatto ambientale molto limitato, che permette di mantenere comunque struttura e performance. E poi il pantalone che si sta allargando, ne abbiamo fatti con il fondo a 28 centimetri a doppia pince. Certo non è un pezzo facile, ci vuole una persona alta ma la differenza di stile ed eleganza è abissale».
È difficile far cambiare la mentalità agli uomini sul pantalone stretto?
«Non è difficile, è quasi impossibile. È una cosa che mi fa molto arrabbiare. Tutti vogliono ancora il pantalone senza pinces, attillato che, secondo me, fa antico. Stessa storia anche per il jeans stretto. Li indossano uomini che sembrano non essersi aggiornati. Lo ripeterò all’infinito: stiamo perdendo la nostra cultura dell’italiano che si riconosceva per strada. Tra un tedesco e noi non c’è nessuna differenza. Mettono cose improponibili, inguardabili. A volte mi chiedo per cosa e per chi faccio tutta questa ricerca. Si vede in giro gente brutta, vestita male, senza gusto. E pensare che vestirsi bene non è una questione di soldi, basta saper accostare i colori, smetterla di portare pantaloni che sembrano fuseux e il gioco è fatto».
A quali brutture si riferisce?
«Non mi piace il piumino che ingoffa e fa apparire gonfi, e più di tutto lo sport che ha invaso il modo di vestire. La moda di strada è un’altra cosa. Ci si può mettere un giaccone da lavoro, tre quarti, sopra l’abito elegante: sdrammatizzi e sei subito più moderno. Sta tornando la polo con un foulard al collo, bisogna educare gli uomini a una nuova eleganza. In crisi camicia, scarpe inglesi, cravatta, l’abito giacca e pantalone dello stesso tessuto, va più lo spezzato. La giacca va allungata: non c’è nulla di più ridicolo della giacca corta e sciancrata e pantalone stretto. Basta! Non va più. Bisogna rivisitare il modo di vestire al maschile».
Come va il mercato?
«Siamo sempre in crescita, abbiamo registrato un +10%. Ma costantemente in cerca di altri mercati perché la torta è quella e, anche se è brutto a dirlo, bisogna rubarne un pezzettino ai tuoi concorrenti. Per noi Giappone e Corea sono i mercati più forti».
Con i social tutto è diventato molto veloce e tutto si brucia in poche foto. Come affronta questo tema?
«Purtroppo è la realtà e non è facile trovare soluzioni perché ormai è un fenomeno che coinvolge ogni settore e, in particolare, la moda. Tutto diventa vecchio in poco tempo e non puoi fare il pronto moda. Se pubblico ora una nostra immagine, quel capo andrà sul mercato fra dieci mesi, quindi sarà già antico. Trovare qualcosa è molto complicato. Abbiamo iniziato le vendite online da quattro mesi e ci stiamo ancora lavorando molto».
Mai avuto la tentazione di sfilare?
«A noi va benissimo venire al Pitti, l’unica fiera diventata mondiale, vero valore aggiunto per un marchio. Sfilare assolutamente no, non credo nella sfilata dell’uomo, l’uomo che sfila è ridicolo, per la donna è diverso. Non si può superare un certo limite».
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