La scorsa settimana, William Happer e Richard Lindzen – entrambi professori emeriti di fisica, il primo alla Princeton university e il secondo al Massachusetts institute of technology – hanno inviato al presidente americano Donald Trump, al suo ministro per l’Energia, Chris Wright, e a Lee Zeldin, direttore dell’Epa (l’Agenzia americana per l’Ambiente), un rapporto che nel seguito chiameremo rapporto-Hl. A differenza dei rapporti dell’Ipcc (il comitato dell’Onu sul clima) – migliaia di pagine, ripetitive, verbose e che nessun responsabile politico legge (forse sono quel che sono proprio affinché nessuno li legga) – quello dei nostri professori è breve (sei capitoletti in 50 pagine) ma esaustivo: ci sono tutti gli elementi di cui un governante ha bisogno per prendere le decisioni che servono per agire per il bene dei governati.
I professori son quasi costretti a esordire rammentando qual è la natura della scienza, visto che non sembra capita, oggigiorno, né dagli organi di informazione né dai responsabili politici. In particolare, spendono un paio di pagine chiarendo che l’attendibilità scientifica di una affermazione non è garantita dal consenso tra gli scienziati, cioè dal consenso tra gli uomini ma, semmai, dal consenso tra i fatti: solo chi non ha capito cos’è il metodo scientifico può prendere sul serio l’affermazione secondo cui «il 97% degli scienziati concordano con l’origine antropica del riscaldamento globale».
Entrando nel vivo, il rapporto-Hl rammenta che la «famigerata» CO2 è essenziale per soddisfare il bisogno di cibo dell’umanità. Anzi, raddoppiarne la concentrazione atmosferica comporterebbe un aumento del 40% della produzione agricola: una affermazione, questa, corroborata da dettagliati riferimenti bibliografici, cosa che vale per ogni altra affermazione che segue.
Il rapporto non nega che la CO2 sia un gas-serra (cioè che senza la CO2 il pianeta sarebbe più freddo), ma afferma che la CO2 immessa dall’uomo dall’inizio dell’era industriale a oggi, e quella che necessariamente immetterà nei decenni successivi -fino anche a raddoppiarne la concentrazione- avrebbe conseguenze men che trascurabili sul clima del pianeta.
«Siamo fisici di lungo corso», scrivono Happer e Lindzen «specializzati in fisica delle radiazioni, che è la fisica che descrive l’effetto della CO2 e degli altri gas-serra sui flussi di calore nella nostra atmosfera, e possiamo affermare che le premesse che hanno indotto l’amministrazione Biden alla politica di perseguire l’obiettivo delle cosiddette «Zero-emissioni» sono premesse scientificamente false o errate. È pertanto necessario che la politica di riduzione delle emissioni sia al più presto abbandonata: essa distrugge le economie occidentali, impoverisce il ceto medio, condanna i più poveri a restare nella povertà, ruba il futuro ai giovani e arricchisce i nemici dell’Occidente che brindano allo spettacolo di questa nostra marcia suicida».
Il più robusto argomento teorico dei professori è il fatto che, rispetto all’effetto serra, l’odierna concentrazione atmosferica di CO2 è sostanzialmente «satura», un termine tecnico che significa che aggiungerne altra non altera il clima. Se la concentrazione passa dagli attuali 400 ppm a 800 ppm (parti per milione), l’incremento di temperatura sarebbero due impercettibili decimi di grado.
Il calcolo teorico è sostenuto dai fatti: ci furono, milioni di anni fa, tempi quando la concentrazione fu anche 20 volte quella odierna, senza che vi fossero per ciò temperature catastroficamente elevate: quella della CO2 intesa come manopola che controlla il clima è un’illusione, e impegnare denaro pubblico in questa illusione ha effetti disastrosi sul benessere di tutti noi. Eccetto, naturalmente -aggiungerei io- su coloro che quel denaro intascano.
Afferma il rapporto-Hl che, sebbene l’umanità emetta CO2 da poco più di un secolo, il riscaldamento di questo secolo iniziò invece tre secoli fa, quando il pianeta si avviava ad uscire dalla Piccola era glaciale, un periodo di un paio di secoli, il più freddo degli ultimi 10.000 anni. Cosicché questo riscaldamento – tutto naturale – è comunque benefico, e il progetto di fermarlo è quanto meno sciocco. Altrettanto sciocco è interrompere le emissioni di CO2 visto che questo gas, come detto sopra, favorisce una più rigogliosa vegetazione e raccolti più ricchi. Anzi, se pericolo c’è, è proprio che la CO2 possa diminuire fino al di sotto della soglia (pericolosamente bassa) di 200 ppm, che metterebbe a rischio la nostra stessa vita.
Nel quarto capitolo del rapporto, i professori indulgono sui grandi benefici dell’uso dei combustibili fossili. Grazie a essi l’umanità ha, da oltre un secolo, disponibilità di energia abbondante e a buon mercato, e solo in questo ultimo secolo il Pil pro-capite mondiale è triplicato. Quando due secoli fa eravamo 1 miliardo, la principale preoccupazione della maggioranza era la fame; oggi siamo 8 miliardi, ma la principale preoccupazione di 6 miliardi è la dieta; e quel miliardo che, purtroppo, soffre ancora la fame è lo stesso miliardo che non ha accesso all’energia a buon mercato.
Solo negli anni di questo millennio la produzione agricola mondiale è aumentata del 50%, e ciò grazie ai fertilizzanti chimici azotati. Ma questi fertilizzanti si producono proprio dai combustibili fossili. L’aria contiene sì l’80% di azoto, ma nella forma inerte della molecola N2. Questa però, nel processo cosiddetto «Haber», reagisce con la molecola d’idrogeno, H2, per formare ammoniaca (NH3), precursore dei fertilizzanti azotati. Ora, l’idrogeno H2 non esiste sulla Terra; ma può prodursi dal gas naturale (metano), che è un combustibile fossile. Anzi, uno tra i più usati fertilizzanti azotati è l’urea, che si prepara dall’ammoniaca e dalla CO2. In definitiva, per i nostri ricchi raccolti dobbiamo ringraziare proprio quei combustibili fossili e quella CO2 che i seguaci di Greta Thunberg vorrebbero bandire.
Sarebbe allora bene che i governi la smettano di prendere decisioni ideologiche, contro la scienza e contro l’economia. E, in proposito, il Rapporto-Hl cita alcuni casi emblematici: quelli della Russia ai tempi di Stalin, e dello Sri-Lanka contemporaneo.
Trofim Lysenko era un agronomo che negava l’evidenza fattuale della realtà dei cromosomi quali portatori del patrimonio genetico, e sosteneva che era l’ambiente che forgiava i caratteri di ogni specie. Negando così la competizione tra le specie (concetto sgradito alla classe dirigente comunista sovietica), entrò nelle grazie di Stalin, che naturalmente non disdegnava un appoggio «scientifico» alla visione del mondo che quel regime intendeva affermare. Lysenko fece una carriera folgorante, fu insignito per due volte del premio Stalin e nominato eroe nazionale. Riuscì anche a fare arrestare biologi e genetisti accreditati ma, alla fine, fu il vero responsabile scientifico del disastro subito nel dopoguerra dall’economia agricola e zootecnica sovietica: sulle teorie di Lysenko il regime aveva approntato un programma ventennale che vide solo insuccessi. L’origine fraudolenta di quelle teorie alla fine venne alla luce e Lysenko, ormai quasi settantenne, fu alla fine considerato traditore della patria. A questo proposito, credo che non sia del tutto inappropriato paragonare la Unione europea di Ursula Von der Leyen a quella sovietica di Joseph Stalin.
Nell’aprile 2021, il presidente dello Sri Lanka imponeva un divieto improvviso e generalizzato sull’importazione e l’uso di fertilizzanti, e promuoveva l’agricoltura biologica con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 conseguenti alla produzione di fertilizzanti: in pochi mesi la produzione agricola del Paese crollò, il prezzo del cibo salì alle stelle, e il popolo inferocito, morto di fame, dette l’assalto al palazzo presidenziale fino a indurre lo stesso presidente a fuggire dal Paese e, alla fine, dimettersi. Lo Sri Lanka ha naturalmente ripreso le importazioni su larga scala di fertilizzanti chimici.
Il quinto e ultimo capitolo del rapporto-Hl chiarisce con dovizia di dettagli tutti gli errori scientifici dell’Ipcc e, dati alla mano, dimostra che non vi sono stati negli ultimi decenni eventi meteorologici maggiori, né per numero né per intensità, che nel passato. Se siete interessati a leggere l’intero rapporto, e se avrete pazienza, presto lo troverete nelle librerie tradotto in italiano; se siete impazienti e non avete obiezioni a leggerlo in lingua originale, potete scaricarlo da internet: lo trovate con Google digitando i cognomi degli autori seguiti dal titolo del Rapporto, digitando cioè: «Happer Lindzen greenhouse gases and fossil fuels climate science».
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