- Per l’Istat la produzione a febbraio ha fatto +0,8% su gennaio e +0,9% rispetto allo stesso mese del 2018. È il secondo dato positivo dall’inizio dell’anno. Tirano farmaceutica e beni di consumo, male l’energia. Siamo andati meglio di Francia, Germania e Inghilterra.
- Conte smorza le tensioni gialloblù e promette: niente aumenti Iva. Nel Def la riforma delle agevolazioni e la solita spending review.
- Mario Draghi pensa a ridurre l’impatto dei tassi negativi per le banche e rilanciare i prestiti.
Lo speciale contiene tre articoli.
L’industria italiana batte un colpo, il secondo consecutivo dall’inizio dell’anno. Nella giornata di ieri l’Istat ha diffuso i dati della produzione industriale relativa al mese di febbraio e ci sono buone notizie per l’economia del nostro Paese. L’indice destagionalizzato ha fatto segnare un confortante +0,8% rispetto al mese precedente, mentre quello tendenziale (cioè rispetto allo stesso mese dell’anno scorso) è aumentato dello 0,9%. La variazione del trimestre dicembre-febbraio rimane leggermente negativa (-0,3%) in confronto ai tre mesi precedenti ma, sottolinea l’ente nazionale di statistica, il calo risulta di «entità notevolmente ridotta».
Il risultato ha sorpreso gli analisti che si aspettavano un calo dello 0,8% sul mese e dello 0,9% rispetto all’anno precedente. Nessun trionfalismo, ma di sicuro un segnale positivo che fa ben sperare per il futuro. Dando uno sguardo alle serie storiche, infatti, l’ultima «doppietta» consecutiva risale al bimestre maggio-giugno 2018, mentre per trovare un incremento per tre mesi di fila bisogna tornare indietro fino all’ultimo trimestre 2017.
Soddisfatto Matteo Salvini, che sui social scrive: «Leggo finalmente buone notizie, l’industria italiana rialza la testa: produzione in crescita, +0,8% a febbraio rispetto a gennaio e +0,9% rispetto al 2018. Molto bene».
Entrando nel dettaglio dei raggruppamenti principali di industrie che contribuiscono a formare l’indice, il balzo in avanti più significativo lo fanno i beni di consumo (+3,2%), mentre risulta più moderata la crescita dei beni strumentali (+1,1%) e di quelli durevoli (+0,2%). Negativo invece il comparto dell’energia (-2,4%). Sul fronte dei settori di attività economica, positivi in particolare i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+11%), le industrie tessili, l’abbigliamento, pelli e accessori (+5,5%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (+2,6%). Rimangono indietro la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,8%), l’industria del legno della carta e della stampa (-3%) e il macro settore dell’energia elettrica, gas, vapore e aria (-1,5%).
Mettendo a confronto il risultato del nostro Paese con quello delle maggiori economie europee, si scopre che l’Italia è davanti a tutti. La Francia ha fatto segnare +0,4%, un dato migliore rispetto alle attesa (il consensus era fissato a -0,5%) ma in calo rispetto al +1,3% di gennaio. Nel Regno Unito l’indice si è fermato a +0,6%, comunque superiore al risultato atteso che era previsto a +0,1%. Va meno forte dell’Italia anche la Germania (+0,7%), il cui dato tendenziale è invece in calo (-0,4%). Ma forse il dato più preoccupante per Berlino è quello diffuso martedì e riguarda la produzione del settore automobilistico. Secondo le stime preliminari anticipate da Destatis (l’equivalente tedesco dell’Istat), nel corso del secondo semestre del 2018 il relativo indice ha fatto segnare un eloquente -7,1%.
La frenata tedesca, d’altronde, è ormai un fatto riconosciuto a livello internazionale. Sempre parlando di produzione industriale, l’ultimo bollettino pubblicato da Eurostat il 13 marzo scorso basato sui dati di gennaio ha certificato che la Germania gira a una velocità molto inferiore a quella del resto dell’eurozona sia se prendiamo in considerazione il dato congiunturale (+1,4% contro -0,9% tedesco e +1,7% italiano) che quello tendenziale (-1,1% area euro contro -3,4% di Berlino). È anche per via dell’importante e ormai per certi versi cronica flessione dell’industria tedesca che il Fmi ha tagliato drasticamente le stime di crescita per la Germania. Secondo il Fmi, infatti, nel 2019 il Pil teutonico crescerà appena dello 0,8% e nel 2020 dell’1,4%. Una sforbiciata importante, che per l’anno in corso è pari allo 0,5% rispetto alle previsioni di gennaio e addirittura dell’1,1% in meno se facciamo riferimento ai dati diffusi a ottobre del 2018.
Risultati influenzati dal rallentamento a livello globale dell’economia, ma pur sempre deludenti se si pensa che fino a un paio di anni fa la Germania era considerata a tutti gli effetti la locomotiva d’Europa. Ora invece, come ha riconosciuto anche il segretario generale dell’Ocse Antonio Gurria, a colloquio la settimana scorsa con il premier Giuseppe Conte, la responsabilità della battuta d’arresto europea è da attribuire «soprattutto alla Germania».
Come nota il Fmi, lo stop dell’economia tedesca è imputabile ai minori consumi privati, alla diminuzione della domanda estera e, ovviamente, ai risultati sotto le aspettative della produzione industriale. La ricetta consigliata dal Fondo è quella di utilizzare l’ampio spazio fiscale per incrementare gli investimenti pubblici e ridurre il costo del lavoro. Suggerimenti ai quali, anche a fronte del rischio di incappare in una recessione, il ministro delle Finanze Olaf Scholz sembra preferire ancora la disciplina di bilancio.
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