Sala lasci e liberi i suoi 4.000 ostaggi
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala (Imagoeconomica)

C’è un solo ostacolo alla soluzione del caso Milano e delle 4.000 famiglie tenute in ostaggio senza soldi e senza casa. L’ostacolo si chiama Beppe Sala.

Se lui si dimettesse tutto sarebbe più semplice. Innanzitutto perché verrebbe nominato un commissario di governo, al quale toccherebbe cercare una soluzione per consentire di risolvere il problema dei palazzi costruiti senza concessione edilizia e senza un piano di attuazione. Come ha spiegato ieri su queste pagine il professor Vincenzo Vecchio, presidente dell’Associazione dei piccoli proprietari di casa, la Regione potrebbe commissariare il Comune, quanto meno per la parte che riguarda la gestione urbanistica che, come è ormai di tutta evidenza anche dopo l’ultimo pronunciamento della Cassazione, è avvenuta al di fuori della legge. Tuttavia, le dimissioni di Sala agevolerebbero il percorso, in quanto si toglierebbe di mezzo l’intoppo più grosso, ovvero l’orgoglio e le ambizioni di carriera (politica) del sindaco. Con lui, che restando in carica ancora sogna un futuro da leader nazionale una volta lasciata la poltrona di Palazzo Marino, tutto diventa più difficile. Dopo aver provato a condizionare il Parlamento per farsi approvare una legge ad personam che regolarizzasse ciò che in regola non è, Sala ha messo da parte il Salva Milano. Però, vista la piega presa dall’inchiesta, con la richiesta di arresto dell’ex assessore all’Urbanistica e un avviso di garanzia che i pm gli hanno recapitato, il sindaco del capoluogo lombardo sogna ancora di poter sistemare le cose trovando una via di fuga. Va in questa direzione l’idea di nominare a capo dell’ufficio che scotta, quello del governo dell’urbanistica cittadina, un ex ufficiale della Finanza che in passato collaborò con Mani pulite. Un uomo in teoria vicino alla Procura, che in altri tempi forse ha sistemato i guai dell’Expo e che ora dovrebbe farsi carico di quei 150 cantieri aperti senza che venisse avviata alcuna pratica edilizia. Un’impresa difficile, praticamente impossibile quella che si vorrebbe affidare all’ex militare. Per quanto l’ufficiale abbia vestito la divisa della Guardia di finanza, ossia di chi ora sta indagando, è difficile che possa essere d’aiuto nei rapporti con gli uomini della polizia giudiziaria incaricati dell’inchiesta. E allo stesso tempo, il fatto che abbia seguito il pool milanese all’epoca di Tangentopoli oggi non garantisce affatto una corsia preferenziale con la Procura. Molto meglio sarebbe se Sala e compagni si affidassero a un tecnico al di sopra delle parti, magari a quei docenti ed esperti di urbanistica che si sono opposti al decreto Salva Milano e lo hanno denunciato in Procura. Ma questo non avverrà mai.

Perché vorrebbe dire che i «contestatori» delle torri costruite senza concessione edilizia avevano ragione a protestare e per Sala e il Pd che lo sostiene equivarrebbe ad ammettere non solo di aver sbagliato, ma di aver portato la città in un vicolo cieco. Perciò esiste, come dicevo, l’alternativa delle dimissioni dello stesso Sala, che aprirebbero la porta al commissariamento e alla soluzione del problema dei cantieri bloccati, con il pagamento degli oneri di urbanizzazione. In questo modo si andrebbe incontro non solo a una sanatoria, ma anche anche a una soluzione per quelle 4.000 famiglie rimaste involontariamente incastrate negli abusi commessi con la benedizione della giunta Sala. Quando il sindaco dice di voler completare il proprio mandato, rispettando la volontà dei cittadini milanesi, dimentica infatti quelle 4.000 famiglie che lui e i suoi compagni hanno messo nei guai. Come ha spiegato la Cassazione, non si può chiedere ai giudici di derogare alla legge per andare incontro alle legittime aspettative di chi rischia di perdere i soldi e la casa. Tuttavia, si può chiedere al responsabile politico di trarre le conseguenze dei propri errori e consentire di trovare una soluzione.

Ps. La questione riguarda Sala, ma anche il Pd. Se fossi nei panni degli acquirenti delle case lasciati soli, senza un tetto e senza un euro, non andrei a protestare solo davanti alla sede del Comune di Milano, ma anche a quella del Nazareno, affinché Schlein e compagni diano il prima possibile lo sfratto al sindaco e alla sua giunta, consentendo la soluzione del problema.

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