A Maurizio Landini sono bastati due giorni per farci capire che Cgil sarà quella di cui dall’altro ieri è diventato segretario. Prima ancora di essere acclamato, ha infatti schierato il più grande sindacato italiano a difesa di Maduro, l’affamatore comunista del Venezuela. (…)

(…) Qualcuno però deve avergli fatto notare che il compagno Nicolas non è esattamente un fine democratico, ma piuttosto un dittatore. E allora ha fatto retromarcia, però sempre al fianco della classe lavoratrice e contro l’impero del male e delle multinazionali, cioè l’America di Donald Trump. Il giorno dopo, una volta insediato ai vertici dell’organizzazione che Susanna Camusso ha guidato per otto anni, l’ex capo della Fiom ha però voluto festeggiare l’elezione a modo suo. Prima ha visitato la sede Anpi di Bari, quindi, sempre nel capoluogo pugliese, ha deciso di recarsi nel centro di accoglienza per migranti. Il messaggio è chiaro: fascisti e extracomunitari saranno i chiodi fissi del suo mandato. I primi sono i fantasmi che si prefigge di combattere, mentre agli altri – anch’essi fantasmi perché a decine di migliaia risultano clandestini – è pronto a spalancare le porte. Del resto, mettendo piede nel campo profughi, il neo segretario ha dettato il suo programma: «Corriamo rischi di fascismo in Italia e abbiamo un governo che indica come massimo pericolo l’arrivo dei migranti, mentre sono di più i nostri ragazzi costretti a emigrare per trovare un lavoro».

Dal che si capisce una cosa: che la Cgil, con lui, più che un sindacato dei lavoratori sarà un sindacato che darà lavoro a noi cronisti, costretti a raccontare la trasformazione della confederazione in un soggetto politico, ovvero di un qualche cosa che dovrà andare a occupare l’area che i partiti tradizionali della sinistra non riescono più a presidiare. Il Pd è al lumicino, Leu non si è neppure mai accesa e Landini ha l’ambizione di infiammare le piazze. Del resto, l’ex ragazzo di San Polo d’Enza, piccolo comune della rossa Reggio Emilia, già da qualche anno prova a occupare la posizione. Nel 2015 lanciò la Coalizione sociale, una specie di blocco politico sindacale che nei suoi progetti avrebbe dovuto radunare il meglio della sinistra. Risultato, alla fine si ritrovarono in quattro gatti: lui con Pancho Pardi, Oreste Scalzone, Franco Piperno e Valentino Parlato. Più che la nuova sinistra pareva quella vecchia avanzata nel ’68. Vista la mala parata, il neo segretario mise da parte il progetto, tornando a concentrarsi sul sindacato, senza però mai dimenticare la tv.

Già, perché è grazie al piccolo schermo che Landini si è fatto notare. Prima che Matteo Salvini gli rubasse l’idea, il capo della Fiom si presentava davanti alle telecamere in felpa, rinunciando alle giacche grigio-sindacato di Sergio Cofferati, il che faceva molto operaio. Avesse potuto, probabilmente si sarebbe messo in tuta da lavoro, come quando da ragazzino faceva il saldatore. Ma pure con la mise felpata da sindacalista perennemente in battaglia, Landini riuscì ad accreditarsi come uno del popolo. Anche perché, invece di sussurrare come i suoi predecessori, decise di usare il tono da corteo, cioè urlare. Sì, appena il conduttore gli dava la parola, Landini partiva col comizio, alzando i toni come se avesse un megafono incorporato. Con questo stile ha condotto la battaglia contro Sergio Marchionne. Lui in felpa, l’altro in pullover, sullo stabilimento di Pomigliano se le sono date di santa ragione e lo scontro è anche finito in tribunale. Avesse vinto il felpato invece dell’impulloverato, probabilmente la fabbrica campana sarebbe chiusa, perché la Fiat avrebbe portato la produzione altrove, ma, grazie al cielo, gli operai, tra Landini e Marchionne, scelsero il secondo e oggi l’impianto è considerato tra i più efficienti del gruppo.

Dunque è con queste premesse che eredita la guida del più grande sindacato italiano. A lui i delegati hanno tributato un risultato bulgaro, superiore al 92 per cento. Nonostante le divisioni e i conflitti interni, alla fine hanno scelto di fidarsi di quell’uomo in rosso, nella speranza che sappia quel che sta facendo e rianimi la Cgil. Già, perché pur essendo la più grande, la Confederazione generale italiana del lavoro è anche quella che in questi anni ha perso più iscritti: quasi 300.000 in meno tra il 2017 e il 2018. E nonostante possa contare su oltre 5 milioni di tesserati, il 60 per cento sono pensionati. In pratica, la stragrande maggioranza dei giovani non ci pensa proprio a farsi rappresentare dalla Cgil.

Tuttavia, per tirarsi su il morale e prepararsi alla nuova resistenza, a Bari a fine congresso tutti quanti hanno ballato al ritmo di Bella Ciao. I partigiani, dunque, si preparano a combattere l’invasore, che non è il clandestino, ma – come è ovvio – Salvini.

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