Gli immigrati delinquono di più: è noto da 30 anni
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Durante una delle ultime puntate di Dritto e rovescio, in una pausa pubblicitaria, Paolo Del Debbio mi ha provocatoriamente sfidato: «Perché non compri un centinaio di copie del libro di Marzio Barbagli e le distribuisci ai nostri ospiti»?

Il motivo è che in studio si discuteva di clandestini e sicurezza dopo gli stupri di Milano, e il dibattito si era improvvisamente infiammato tra chi sosteneva, come il sottoscritto, che la criminalità fosse una conseguenza dell’immigrazione incontrollata e chi invece pensava che le colpe fossero del governo che con i suoi decreti non offre vitto e alloggio gratis a nuovi venuti. L’asprezza della discussione deve aver convinto il conduttore che una rilettura del lavoro eseguito dal sociologo bolognese potesse essere utile.

Per questo sono andato a riprendermi il libro che Marzio Barbagli scrisse anni fa, dal titolo Immigrazione e sicurezza in Italia. Lo studio risale alla fine degli anni Novanta e dunque, da quando il professore ha cominciato a indagare la relazione fra criminalità e stranieri, è trascorso un quarto di secolo. Tuttavia, anche a distanza di 25 anni c’è chi non vede il nesso tra immigrazione e delinquenza. E non perché i dati non siano inequivocabili, ma perché motivi ideologici portano a negare la realtà. Da notare che Barbagli è sempre stato di sinistra, vicino alle posizioni del Pci e, successivamente, del Pd. La prima volta che cominciò a interessarsi al fenomeno lo fece per curiosità, salvo poi confessare di aver ricevuto molte critiche dal suo stesso ambiente culturale. Professori e politici lo accusarono di portare acqua al mulino delle destre. Ma da studioso di numeri e tendenze, ammise che lui stesso in principio aveva dubitato dei risultati ma poi, di fronte ai fatti, era stato costretto a riconoscere una correlazione tra l’aumento di persone extracomunitarie entrate illegalmente nel nostro Paese e l’incremento di un certo tipo di reati. «La mia formazione politica mi impediva di chiedermi se i processi migratori avessero qualche influenza sull’andamento della criminalità. Ma un giorno, inaspettatamente, mi trovai di fronte ad alcune statistiche che indicavano che la quota degli stranieri sul totale delle persone denunciate, arrestate o condannate in Italia per molti reati stava aumentando in modo impressionante». A queste parole Barbagli, che ha studiato il fenomeno per oltre trent’anni, ne ha fatte seguire altre, per smentire la tesi di una discriminazione nei confronti degli stranieri. Se da un lato può essere vero che esistano delle diseguaglianze fra immigrati e italiani, dovute alle diverse possibilità di difendersi ma anche all’ostacolo della lingua, dall’altro – scriveva Barbagli – gran parte dei criminologi considerano infondata questa tesi, perché le disparità di trattamento «non sono molto forti e comunque mai tali da spiegare le differenze rilevate nei tassi di denunce, di condanne, di incarcerazioni fra i primi e i secondi». Insomma, l’idea di un razzismo nei confronti degli extracomunitari è infondata. Così come assolutamente priva di ragioni è la teoria per cui sarebbero le campagne politiche e giornalistiche a indurre nell’opinione pubblica un sentimento di insicurezza. Barbagli cita la frase di un altro sociologo, Luciano Gallino, non certo tifoso della Lega, il quale già nel 1989 scriveva: «In molte città italiane sono ormai visibili i segni di un preoccupante degrado del tessuto sociale e degli spazi urbani senza paragone nell’Europa comunitaria. Piaccia o no sentirselo dire, esso appare collegabile per diverse vie al flusso incontrollato di immigrati». Gallino è morto da quasi otto anni, ma ancora oggi c’è chi nega l’evidenza e anche di fronte al tasso di occupazione delle carceri italiane da parte di condannati extracomunitari rifiuta di accettare la realtà. A volte non lo fanno solo i commentatori motivati da ragioni ideologiche o i politici che per fazione difendono l’indifendibile, bensì anche i cosiddetti esperti. Un giorno, durante un talk show, mi è capitato di snocciolare alcune statistiche sulla criminalità riguardanti le principali città italiane. Un magistrato presente in studio, a proposito delle statistiche che riguardavano il capoluogo in cui prestava servizio, mi chiese dove avessi ricavato quelle cifre, insinuando un po’ provocatoriamente che non fossero vere. Risposi tranquillamente che poteva reperirle sul sito del ministero dell’Interno o rivolgendosi a Marzio Barbagli, che in quegli anni guidava per conto del Viminale un gruppo di ricerca. Sono passati almeno dieci anni da quell’episodio, ma siamo sempre lì, a fingere di non vedere. Forse ha ragione Paolo Del Debbio, dovrei fare una scorta di libri del professore bolognese (e di sinistra) e poi distribuirli ogni volta che qualcuno in tv apre bocca per negare la realtà.

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