Il lavoro c’è non resta che abolire il reddito
Luigi Di Maio al lancio della card del Reddito di cittadinanza (Ansa)
L’ultimo rapporto Unioncamere-Anpal smentisce la retorica grillina: le imprese sono a caccia di dipendenti. Non va difeso il sussidio che aiuta i furbetti, ma creato un sistema che agevoli l’incontro fra domanda e offerta.

Volete l’ennesima prova che il Reddito di cittadinanza non funziona e il governo Meloni fa bene a cambiarlo? La fornisce l’ultimo rapporto curato da Unioncamere-Anpal, cioè dall’Unione delle camere di commercio in collaborazione con l’Agenzia politiche del lavoro. Che dice lo studio? Non quello che ci si immaginerebbe. Infatti, la ricerca smentisce l’idea che nella Repubblica fondata sul lavoro, il lavoro non ci sia e dunque contraddice anche l’assunto grillino che ha imposto allo Stato di mantenere milioni di persone con un sussidio a carico della collettività. Secondo l’indagine, il lavoro c’è e addirittura il 41 per cento dei posti disponibili rimane vacante, perché nessuno si fa avanti per ricoprirlo. Sulla base della ricerca, risulta che il 60 per cento delle aziende, nel 2022, ha manifestato l’intenzione di aumentare il personale assumendo nuove figure. Ma se un anno prima la richiesta di nuovi dipendenti andava deserta in un caso su tre, nei 12 mesi appena trascorsi la percentuale è aumentata, superando la soglia di quattro richieste su dieci.

I settori più carenti, dove si fa fatica ad assumere, sono tutti manifatturieri: si va dal commercio e dalla riparazione dei veicoli alle industrie metallurgiche, dalla lavorazione del legno alle costruzioni, per finire ai servizi informatici. Negli ultimi casi (legno, edilizia, informatica), la carenza di personale supera addirittura il 50 per cento, al punto che per dichiarazione delle stesse aziende, la ricerca di dipendenti da assumere non si fa più chiedendo alle agenzie per l’impiego, ma soffiando i candidati alla concorrenza.

Interessante è anche la geolocalizzazione dei posti vacanti. Se al Sud il tasso si ferma poco sopra il 30 per cento, al Nord (in particolare in Trentino e Friuli Venezia Giulia) si sfiora il 50, con il curioso dato dell’Umbria, unica regione centrale con una difficoltà di reperimento dei dipendenti che supera il 46 per cento.

Che ci dice questo studio? Innanzitutto che non risponde al vero la convinzione che nel nostro Paese non ci sia lavoro. I posti ci sono, basta cercarli e, soprattutto, accettarli. Magari non sono quelli desiderati o quelli per cui si è studiato, ma nei settori segnalati le aziende hanno carenza di personale. Dunque, semmai il problema è far incontrare chi è a caccia di uno stipendio e chi è in grado di offrirlo. E se necessario, si tratta di formare il personale sulla base delle esigenze delle imprese. Il che ovviamente significherebbe che prima di garantire il Reddito di cittadinanza, lo Stato dovrebbe offrire, oltre al diritto allo studio, anche uno studio che produca un reddito. So che la cosa può sembrare strana, ma non credo che continuando a sfornare laureati in Scienze politiche risolveremo la questione del futuro di generazioni di studenti, per il semplice motivo che non credo che l’Italia abbia bisogno di migliaia di scienziati politici.

Ciò detto, un’ultima annotazione. Nel passato, il nostro Paese ha conosciuto il fenomeno dell’emigrazione. Per mantenere la famiglia, un numero impressionante di italiani ha lasciato la propria famiglia per cercare lavoro, in patria o all’estero, e questa emigrazione ha generato fortune e benessere che all’inizio sembravano inimmaginabili. Ora la sola idea di traslocare di qualche centinaio di chilometri pare un insulto, al punto che dire a chi non ha un lavoro di andarselo a cercare là dove c’è è giudicato offensivo.

Beh, io credo che sia arrivato il momento di dire che nessuna Repubblica può essere fondata sul lavoro, perché il lavoro non è nelle disponibilità di uno Stato, a meno di vivere in un Paese socialista. Ma se non è fondata sul lavoro, men che meno una Repubblica può essere fondata sul sussidio. Il Reddito di cittadinanza è una bischerata. Una scemenza. Perché non abolisce la povertà, ma fa aumentare solo i furbi e il debito dello Stato. Prima lo si toglie, aiutando i veri poveri, e meglio sarà per tutti.

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