Green pass, il danno e la beffa. Controllori fantasma sui bus

Enrico Giovannini, ministro dei Trasporti che esercita la propria funzione nel governo Draghi senza alcun trasporto, cioè con la diligenza di un impiegato del catasto (senza offesa per i funzionari dei pubblici registri immobiliari), si dev’essere offeso.

L’altro giorno, a seguito di una sua intervista al Corriere della Sera, ci siamo permessi di mettere in dubbio lo straordinario piano dei trasporti da lui predisposto in vista della ripresa delle attività. L’uomo, che è permaloso più di una scimmia, ha reagito rilanciando e annunciato il ritorno dei controllori a bordo dei mezzi pubblici. I loro compiti, ha spiegato, saranno più ampi. In pratica, la sicurezza del viaggio, intesa come verifica che a bordo non salgano troppe persone e tutti i passeggeri abbiano la mascherina, è affidata a loro. Le linee guida, che Giovannini ha spedito al Comitato tecnico scientifico e che dovrebbero governare il trasporto pubblico, prevedono dei blitz a bordo dei bus oppure controlli alle fermate. Insomma, i dipendenti di Atac (a Roma), Atm (a Milano), Gtt (a Torino) e Ataf (Firenze), tanto per citare alcune grandi città, sono trasformati per decisione del ministro in una specie di vigili urbani o, se preferite, di poliziotti. Ogni mattina, quando i mezzi pubblici si riempiranno di lavoratori e di studenti, oltre a verificare che i passeggeri abbiano il biglietto o l’abbonamento, controlleranno che indossino correttamente la mascherina e «chiederanno alle persone di non salire per evitare il sovraffollamento». In poche parole, con due linee guida che scaricano sugli ispettori delle aziende tranviarie il compito di evitare che nelle ore di punta gli autobus siano presi d’assalto e di accertare che tutti rispettino le norme precauzionali, Giovannini, ministro da sei mesi in letargo, può lavarsene le mani.

La realtà dei trasporti pubblici, tuttavia, non si risolve con i controllori, ma con l’aumento delle corse e dei mezzi a disposizione dei pendolari. Anche perché la mattina, quando la maggioranza dei viaggiatori cerca di salire sul tram o su un vagone della metropolitana, che cosa possono fare poche centinaia di persone in una città di milioni di abitanti che si spostano? Per capire come il piano Giovannini sia aria fritta e rifritta, è sufficiente dare uno sguardo alla situazione dei due capoluoghi di regione più importanti d’Italia, Roma e Milano. Nella Capitale, dove vivono quasi 3 milioni di persone e sulla quale gravita un altro milione di pendolari, le fermate dell’Atac sono più di 8.300 e le corse quotidiane sono 35.000. Sapete quanti sono i controllori che dovrebbero verificare che tutti indossino la mascherina e che a bordo dei mezzi non ci sia sovraffollamento? 250. Anche ammettendo di schierarli tutti, senza tener conto dei turni, delle ferie, delle malattie e dell’assenteismo, che cosa potrebbero fare? Niente, ovviamente. Ma se poi tenete conto delle presenze a ritmo normale, cioè non quando il ministro deve fare bella figura con il telegiornale, al massimo se ne potrebbero avere in servizio 150, forse 170, cioè meno di niente.

All’incirca lo stesso si può dire per i controllori che si possono mettere in campo nel capoluogo lombardo. A Milano l’Atm dispone di 130 ispettori, cui di recente ha aggiunto un centinaio di steward, cioè assistenti. Ma le corse sono 25.000 e le fermate 5.000. Dunque, anche a sguinzagliare tutti, si può mettere qualcuno a una fermata ogni venti, far salire un controllore su un tram ogni cento tra quelli che passano. Come detto, un annuncio buono per i tg della sera, nella speranza che gli italiani ci credano.

Tuttavia, la balla delle linee guida non consiste neppure solo nei numeri, che dimostrano come dietro il piano Giovannini non ci sia nulla, ma nella mancanza di poteri. Il controllore non è un pubblico ufficiale, può solo fare una multa se il passeggero non ha un biglietto. Non può fermare un viaggiatore che vuole salire sull’autobus, né lo può trattenere. Al massimo, se vede qualcuno che non indossa la mascherina, può chiamare la forza pubblica, ma se quello nel frattempo se l’è filata o è sceso dal bus, che fa? Lo insegue con la volante della polizia? La realtà è che finirà a schiaffoni, come già accade adesso quando qualche dipendente di Atac, Atm e così via si azzarda a chiedere il biglietto. Pesco a caso dalla cronaca: due giorni fa a Prato un controllore è stato aggredito da un tizio senza ticket. Il quotidiano locale parla di «ennesimo caso». Due mesi fa a Venezia stessa scena su un mezzo dell’Actv: il giornale cittadino commenta con «ancora aggressioni». Che dire: il grande piano del ministro senza piani per la sicurezza dei mezzi pubblici è destinato a prendere botte da tutte le parti.

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