Con indagini fatte così l’assassino non si trova
Il sopralluogo della scientifica dei Carabinieri nella casa di Chiara Poggi (Ansa)

In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui i giornalisti si schierano da una parte o dall’altra, quasi che il giallo di Garlasco sia una sorta di derby, con le opposte tifoserie in campo. Io non so se Andrea Sempio sia colpevole, come sostiene la Procura di Pavia: mi limito a osservare che contro di lui sono stati raccolti molti indizi, più di quanti ne siano stati trovati a carico di Alberto Stasi, il quale però è stato con questi elementi condannato a 16 anni di carcere, e su questo forse varrebbe la pena che i tanti Sherlock Holmes da salotto televisivo facessero qualche riflessione.

Chiarito che non appartengo alla schiera di quelli che per contratto devono difendere Sempio e, sempre per contratto, devono attaccare Stasi, lasciatemi dire due parole riguardo alla qualità delle indagini svolte nel corso degli anni sull’omicidio di Chiara Poggi. Nelle pagine precedenti trovate la sintesi giornalistica dell’interrogatorio di Silvio Sapone. Il nome di costui non è noto alla maggior parte dell’opinione pubblica, ma per tre anni è stato il capo della polizia giudiziaria in servizio presso la Procura di Pavia. In pratica era colui al quale i pm affidarono l’incarico di svolgere le intercettazioni telefoniche e gli accertamenti su Andrea Sempio. Leggendo il verbale dell’ufficiale di pg cascano letteralmente le braccia e si capisce perché a distanza di quasi vent’anni ancora non abbiamo capito chi abbia ucciso una ragazza poco più che ventenne.

Alla domanda dei magistrati, che vogliono sapere come si sviluppò l’indagine a carico di Sempio, Sapone mette le mani avanti, dicendo che lui di delitti non si è occupato quasi mai e che comunque gli assegnatari dell’inchiesta erano il procuratore capo e i suoi collaboratori. In pratica anticipa ciò che poi illustrerà nel dettaglio e cioè che di quell’indagine sul commesso del negozio di computer non sa nulla o quasi. E comunque non ricorda. Leggere per credere. Alla domanda dei pm, che gli chiedono che documenti avesse letto prima di condurre le indagini, Sapone risponde nel seguente modo: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi. Facevano tutto i magistrati». E le intercettazioni? Le ascoltavano i colleghi. Cioè, colui che guidava la polizia giudiziaria e che doveva coordinare le indagini era all’oscuro di tutto. E come ha fatto a redigere una nota conclusiva, gli chiedono i pm. «Leggevo i giornali», è la risposta. L’interrogatorio di Sapone è disseminato da «non ricordo» e perfino da un’ammissione di incompetenza. Come mai, domandano i magistrati, le microspie ambientali sono state attivate solo su un’autovettura in uso a Sempio? La risposta è sconcertante: «Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». E come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio, insistono i pm. E Sapone continua a minimizzare il suo ruolo: «L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria. Io non l’ho fatto perché non mi intendo di intercettazioni». Come dire, io non c’ero e se ci fossi stato dormivo.

Sulla base di queste risultanze d’indagine, le accuse nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi nel 2017 sono state archiviate e solo ora – cioè a distanza di quasi dieci anni e a diciannove dal delitto – la Procura di Pavia ha deciso di riaprire le indagini.

Come ho scritto, io non so se Sempio sia colpevole e se gli indizi raccolti a suo carico, che mi paiono più rilevanti di quelli contro Stasi, siano sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna per l’omicidio di Chiara. Tuttavia credo che quanto sta emergendo, e non solo con l’interrogatorio di Sapone, ma anche con altri di cui daremo conto nei prossimi giorni, dimostri che se oggi ancora non sappiamo chi sia l’assassino è perché le indagini sono state fatte nel modo che ho appena raccontato. Dunque, se a Garlasco il delitto resta ancora un mistero, la colpa è da attribuire ai responsabili delle indagini. Sono i loro errori, la loro impreparazione, i mancati accertamenti che ci impediscono di guardare in faccia l’assassino di Chiara. E non parlo solo di Sapone.

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