Damilano preferisce aprire la bocca solo per insultarci
Ansa
Da giorni chiediamo ai colleghi dell’Espresso di chiarire alcuni aspetti del loro scoop sul presunto oro leghista di Mosca. Le domande che rivolgiamo sono semplici e richiedono risposte semplici, indispensabili però per scoprire non le fonti dei giornalisti del settimanale, ma se quella riunione sia servita davvero a trattare una partita di tre milioni di tonnellate di prodotti petroliferi o non piuttosto a incastrare un uomo vicino a Matteo Salvini. (…)

(…) Tuttavia, da giorni, davanti alle nostre domande semplici, i giornalisti del settimanale tergiversano, evitando di fornire risposte chiare e definitive. Lo hanno fatto anche ieri, con un lungo articolo pubblicato sull’Espresso in cui dicono di aver lavorato per un anno all’inchiesta e di avere ottime fonti. Non ne abbiamo mai dubitato: ma il problema non riguarda per quanto abbiano seguito il ministro dell’Interno, né la qualità delle loro fonti. Piuttosto riguarda le incongruenze fra ciò che hanno scritto e ciò che poi si è scoperto. Incongruenze che rimangono tuttora, dopo l’articolo che vorrebbe chiarire i dubbi. Marco Damilano, direttore del settimanale, pur di non illuminare i lati oscuri della faccenda, su Repubblica parla di squadristi a mezzo stampa, rivendicando il diritto dei giornalisti a fare domande e a ottenere risposte. Ma i quesiti che hanno diritto di cittadinanza, dunque che possono essere posti e che debbono ottenere risposte, pare di capire siano solo quelli rivolti al ministro dell’Interno, e non quelli indirizzati ai cronisti. I quali, evidentemente, se appartengono al gruppo Gedi, oltre alla tutela delle fonti godono della tutela delle zone d’ombra. Noi invece pensiamo che i colleghi del settimanale debenedettiano abbiano tutto il diritto di interrogare Matteo Salvini sui suoi rapporti con Mosca (e il ministro dell’Interno secondo noi farebbe bene a rispondere, e se lo desidera La Verità è pronta a offrirgliene l’occasione). Ma altrettanti diritti di fare domande devono essere garantiti anche a noi. Dunque, dopo aver letto l’articolo dei giornalisti del settimanale e l’editoriale di Damilano, torniamo a chiedere chiarimenti, riassumendoli brevemente qui sotto.

Punto primo. Ma se i segugi dell’Espresso erano al Metropol, sulle tracce degli affari neri di un uomo di Salvini, perché sbagliano il numero dei partecipanti all’incontro? Nel Libro nero della Lega, il volume che rivela la trattativa da tre milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, si parla infatti di cinque persone sedute al tavolo mentre, come poi si è capito, nella hall del Metropol, a discutere di finanziamenti alla Lega, erano in sei. È possibile ascoltare la conversazione del gruppo, riuscendo a distinguere le frasi pronunciate da ognuno dei convenuti, e poi sbagliare il numero delle persone presenti? I giornalisti si sono confusi, salvo poi correggersi negli articoli successivi, spiega ora L’Espresso, ma la risposta appare poco credibile. Non solo: se i colleghi erano lì, al Metropol, mentre si discuteva di petrolio e soldi, come mai non sono riusciti a scattare fotografie o a riprendere la scena oltre a quel paio di immagini che hanno mostrato? Dicono: non volevamo dare nell’occhio. Eppure, basta uno smartphone, ormai, per filmare senza farsi scoprire e in una hall d’albergo, fingersi turisti in cerca di scatti da portare a casa è facilissimo.

Punto secondo. La registrazione della conversazione. Perché, pur disponendo fin dal principio dell’audio, i colleghi dell’Espresso per mesi fingono di non averlo e fanno intendere di essere riusciti ad ascoltare la trattativa a distanza? E soprattutto, perché non lo usano, mettendolo online e lasciando che a farlo sia poi un sito americano? Ma c’è un’altra zona d’ombra che attende di essere chiarita. A Mosca i giornalisti dell’Espresso vanno perché qualcuno li informa e quello stesso qualcuno probabilmente è colui che registra la conversazione del Metropol passandola al settimanale. Questa «gola profonda» è quasi certamente un italiano, il quale ha interesse a rivelare la trattativa. Qual è questo interesse? Far scoprire una operazione che mai si realizzerà o incastrare un uomo vicino a Salvini che qualcuno ha infilato in un gioco più grande di lui? Come vedete, le domande sono dirette e chiare e per illuminare le zone d’ombra di questa spy story in salsa russa basterebbero risposte altrettanto dirette e chiare. Le stesse che Damilano e compagni rifiutano di fornire.

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