Chi urlava per i rubli ora ignora la notizia
Volete sapere quanti tra i principali dieci giornali nazionali italiani ieri ha messo in prima pagina la notizia dell’indagine a carico dell’uomo che custodiva la cassaforte e i segreti di Matteo Renzi? Tre: quello che tenete tra le mani e Il Fatto quotidiano hanno dedicato alla vicenda il titolo più importante, Il Messaggero un box. E gli altri? Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore? Hanno preferito liquidare la notizia in cronaca, cioè nelle pagine interne: chi di taglio basso, chi a fondo pagina, chi invece dopo le lenzuolate dedicate alla pubblicità della moda. (…)

(…) E adesso volete sapere che cosa accadde l’11 luglio di quest’anno, quando un sito americano raccontò di un incontro a Mosca tra un tizio vicino a Matteo Salvini e alcuni misteriosi russi per un presunto affare di import export di petrolio? Beh, tutti i giornali in questione misero la notizia in prima pagina, chi d’apertura con titoli tipo «Ombre russe sulla Lega» (La Repubblica), chi di taglio o in un box. E ora volete sapere quanti, nei giorni a seguire, insistettero sull’argomento del petrolio che non c’era lasciando però trasparire che ci fosse una tangente per il partito di Matteo Salvini? La quasi totalità delle suddette testate. Volete invece scommettere su quanti, tra i principali giornali italiani, oggi torneranno in prima pagina sulla notizia della perquisizione nello studio dell’uomo tanto caro al senatore semplice di Scandicci? Beh, io penso che saranno pochi. Forse due, se va bene tre. Sì, lo so che pensate che a me piaccia vincere facile, perché per immaginare come saranno le prime pagine di oggi mi è stato sufficiente dare uno sguardo ai siti dei suddetti quotidiani. Ieri, dalla home page delle principali testate, la notizia dell’indagine a carico dell’avvocato Alberto Bianchi, presidente della fondazione che finanziava le Leopolde di Renzi, è quasi sparita. Per trovarla serviva la lente d’ingrandimento, oppure bisognava esercitarsi in una caccia al tesoro, tanto era stata occultata fra altre notizie.

Eppure, che l’avvocato Bianchi, un legale toscano rispettabile e conosciuto, consigliere di amministrazione dell’Enel per un biennio, consulente Consip per un quadriennio e con parcelle da centinaia di migliaia di euro, sia finito indagato in una faccenda di influenze illecite che riguarda la Fondazione Open non è una notizia da poco. Soprattutto se l’inchiesta è aperta dalla Procura di Firenze due giorni dopo che Matteo Renzi ha annunciato la nascita di un suo partito, terremotando il Pd e la politica italiana. L’ex presidente del Consiglio si prepara a diventare azionista di riferimento del governo, pronto a mettere bocca sulle nomine dei manager pubblici e soprattutto sulle strategie delle industrie che fanno capo al Tesoro. Tramite la sua fondazione, quella nuova perché Open – i cui bilanci sono finiti ieri nel mirino della Guardia di Finanza – è stata chiusa, l’ex segretario del Pd si prepara a lanciare dalla Leopolda un nuovo manifesto politico, sperando di riconquistare Palazzo Chigi.

Che Renzi rappresenti in questo momento la novità e che punti a scardinare con spregiudicatezza il sistema, collocandosi al centro della scena e facendo shopping di parlamentari in altri partiti, è un dato di fatto. Dunque, che la fondazione da lui usata come trampolino di lancio per debuttare in politica sia sotto l’occhio della magistratura è un colpo di scena. Che cosa cercano i pm? Vogliono appurare se l’avvocato Bianchi, cioè uno dei principali consiglieri dell’ex premier, abbia svolto qualche attività illecita, trafficando o influenzando la politica? Al momento non si sa. Certo è che l’inchiesta sembra puntare al cuore del potere renziano proprio nel momento in cui Renzi pare voler riconquistare il potere. L’avvocato Bianchi è una specie di eminenza grigia, non uno degli esponenti più in vista del Giglio magico. Eppure, del nucleo che ruota intorno al senatore semplice di Scandicci è, insieme con Marco Carrai, il trait d’union tra il mondo delle imprese e della buona e ricca borghesia. Dunque, un pezzo da novanta.

Se a questo si aggiunge che i genitori di Renzi sono a processo a Firenze e Cuneo con accuse piuttosto pesanti che riguardano una serie di aziende che ruotano intorno alle attività di famiglia, si capisce che l’inchiesta a carico di Bianchi non si può liquidare con una colonna in una pagina interna, come invece qualche giornale ha preferito fare. Soprattutto, come spiega il nostro Giacomo Amadori nell’articolo di oggi sulla Verità, si comprende che la decisione della Procura non deve essere stata presa a cuor leggero, ma motivata da importanti elementi. Del resto, abbiamo sempre pensato che chi fa politica abbia il dovere di essere trasparente e di fornire informazioni esaurienti sulle proprie attività e sui finanziamenti che riceve. Ma se il settanta per cento di chi sostiene una fondazione vuole rimanere anonimo è difficile essere trasparenti.

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