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All’Ue, che si è già svenata, toccherà sborsare per la ricostruzione e la protezione della nazione alleata, mentre gli Usa incamereranno le risorse minerarie per realizzare i processori. Capolavoro finale, dopo il suicidio economico delle sanzioni.

Da quando è iniziata la guerra, l’Europa ha speso per l’Ucraina oltre 145 miliardi. Tanto, anzi tantissimo. Ma secondo l’agenzia di stampa americana Bloomberg è niente rispetto a quanto dovrà spendere in futuro per rimettere in sesto il Paese aggredito dalla Russia. La cifra è talmente alta da far tremare le gambe: 3.000 miliardi, che ovviamente Kiev non ha e che dunque dovranno essere messi dai Paesi occidentali che l’hanno sostenuta. E provate a immaginare a chi toccherà il grosso della spesa? Ma è ovvio, all’Europa, che nei piani degli Stati Uniti (Trump o non Trump quando c’è da metter mano al portafogli l’America non si divide tra democratici e repubblicani, ma parla con una voce sola) dovrà farsi carico anche di pagare il conto per la difesa dell’Ucraina, oltre che della ricostruzione. Dopo tre anni di bombardamenti a tappeto, il Paese è devastato. Case, fabbriche, infrastrutture: intere zone sono ridotte a un cumulo di macerie e per immaginare un ritorno alla normalità, dopo un cessate il fuoco, occorre anche stabilire chi mette i soldi e quando, cosa che al momento non è chiara. Ma, come spiega l’agenzia finanziaria targata Stati Uniti, ci vogliono migliaia di miliardi.

Certo, parlare di soldi di fronte a una tragedia che in Ucraina ha visto spazzata via un’intera generazione, appare cinico. Il conflitto scatenato da Putin ha disseminato l’Europa di cadaveri e dopo la seconda guerra mondiale è di sicuro il più sanguinoso che si sia visto. Però se si vuole discutere di pace, urge affrontare anche l’argomento economico, perché ogni tregua va finanziata e per tornare alla normalità è necessario pensare a una ripresa della vita quotidiana, vale a dire riaprire fabbriche e scuole, tornare a viaggiare e a divertirsi, immaginando un futuro di prosperità. E chi paga il «piano Marshall» per l’Ucraina? Donald Trump si è già portato avanti, anticipando gli argomenti decisivi prima del cessate il fuoco. In cambio del sostegno fornito a Kiev in questi lunghi anni, la Casa Bianca pretende l’esclusiva sulle terre rare che abbondano nel sottosuolo dell’ex repubblica sovietica. Il presidente americano si è spinto anche a fare delle cifre: si parla di 500 miliardi di dollari, mica bruscolini. Una fornitura che, da quanto è possibile intuire, equivarrebbe a cedere in esclusiva ai soli Stati Uniti la produzione ucraina, rendendo la superpotenza mondiale autosufficiente per la produzione di microchip e di tutti i congegni elettronici che necessitano di questi elementi. Dall’economia rinnovabile a quella militare e aerospaziale, passando per il commercio di auto elettriche e poi, ancora, la fibra ottica e la produzione di smartphone: le terre rare sono fondamentali per l’economia del futuro. E l’America intende, giustamente dal suo punto di vista, accaparrarsene. E noi? Intendo dire: e noi europei, che pure abbiamo speso 145 miliardi per sostenere la libertà di autodeterminarsi dell’Ucraina e probabilmente molti altri ne spenderemo?

La realtà è che noi siamo i veri sconfitti della guerra scatenata da Putin. A differenza di ciò che è stato scritto in questi anni, prefigurando un collasso della Russia e un ridimensionamento del suo potere su scala mondiale, a uscire bastonata e a veder ridottala propria capacità di influenza a livello internazionale è l’Europa, che di un conflitto che non ha voluto è stata costretta a pagare un tributo enorme. Non parlo solo del conto registrato da Bloomberg e nemmeno di ciò che probabilmente sarà chiamata a spendere in futuro, per difendere e ricostruire l’Ucraina. No, mi riferisco ai contraccolpi economici dello scontro con la Russia. Come abbiamo spiegato spesso, le sanzioni hanno fatto male a noi quanto alla Russia. Anzi, a volte si ha il sospetto che siano state più dannose nei nostri confronti che in quelli di Mosca. Di certo, essere stati costretti a rinunciare alle forniture di gas che Putin vendeva a basso prezzo per ingraziarsi i tedeschi, non è stato e non è indolore. Con le condutture vuote, la Germania si è fermata e l’Italia, che ha la bolletta più cara del Vecchio continente, da due anni registra una produzione industriale in calo. Mentre gli Stati Uniti hanno un’economia che va a gonfie vele e pure i Brics (di cui fa parte la Russia) festeggiano, noi ci lecchiamo le ferite. Non male come risultato. Resta una sola domanda: tutti quelli, cioè politici e giornalisti, che ci hanno spinto in questa situazione con proclami bellicosi, prima o poi chiederanno scusa?

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