Le toghe sbagliano una vocale e l’eutanasia è ancora più semplice
Dopo un giorno la Corte cambia il comunicato sulla sentenza: si passa da «sofferenze fisiche e psicologiche» a «fisiche o psicologiche», dimezzando i criteri per poter procedere. Poi l’ufficio stampa infila altri due refusi.

È una questione di vita o di morte, letteralmente. Anzi no: che sia forse una questione di vita «e» di morte? Non è proprio la stessa cosa. La burocrazia risolverebbe il dilemma con un bel «e/o»: in questo modo non ci si prende responsabilità ma neppure si sbaglia. Qui però si tratta di suicidio assistito. Una volta compiuto, non si torna indietro. Non è il caso di commettere errori. Invece che ti combina la Corte costituzionale? Infila uno svarione nel comunicato stampa che cambia completamente il senso di una frase. Una «o» è diventata «e». Sembra una faccenda da poco, un refuso, una circostanza minima da sistemare con un «errata corrige». Errare humanum est, dicevano i saggi antichi: sbagliare è umano. Soltanto Dio è perfetto. Ma in certi casi l’uomo non può esimersi dall’assomigliare il più possibile al Padreterno, soprattutto quando in ballo ci sono delle vite. Questione di vita o di morte, appunto.

Che cosa ha combinato la Consulta? Ha da oltre un anno in mano il fascicolo con il caso di Marco Cappato, il radicale portavoce dell’associazione Luca Coscioni che da anni combatte perché il suicidio assistito diventi un diritto sancito nell’ordinamento giudiziario. Nel 2017 Cappato accompagnò in Svizzera il suo amico Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, in una clinica che pratica il suicidio assistito. Al ritorno Cappato si è autodenunciato facendosi indagare e processare: la legge è chiara al riguardo, in base all’articolo 580 del codice penale chi aiuta o istiga al suicidio va punito con una pena da 5 a 12 anni.

La Corte d’appello di Milano ha messo il caso in mano ai 15 colleghi della Consulta. I quali 12 mesi fa hanno fatto sapere che a loro giudizio la norma in vigore è troppo severa, ma hanno dato tempo al Parlamento perché intervenisse a modificare la legge. Un anno che la politica ha buttato via. E i giudici costituzionali dovevano essere pronti all’eventualità di non essere ascoltati dalle Camere. Si sono riuniti martedì 24; dovevano assumere una decisione entro le 19. Hanno preferito prendersi altre 24 ore per le ultime meditazioni. È arrivato il fatidico mercoledì 25. La camera di consiglio è andata per le lunghe. Il suicidio assistito non è una faccenduola.

Al termine la decisione è presa, ed è una tragica apertura all’autodeterminazione di giungere alla morte: in certi casi, dicono i giudici costituzionali, chi aiuta il suicidio non va punito. A quel punto, c’è da scrivere la nota per comunicare al Paese la rivoluzione. La cosa va per le lunghe: c’è voluta più di un’ora per soppesare quella ventina abbondante di righe. E che fa la Consulta dopo tutto questo tempo? Commette un erroraccio. Nello spiegare le quattro condizioni per cui «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio» non venga punito, scrive che il malato tenuto in vita dalle macchine dev’essere «affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili».

Ma ieri l’ufficio stampa, diretto dall’ex giornalista del Sole24Ore Donatella Stasio, ha dovuto correggersi: «Per un refuso compare, invece della disgiuntiva “o”, la congiunzione “e”». Sofferenze fisiche o psicologiche è la versione giusta. Non devono ricorrere entrambe per chiedere la morte, basta un solo tipo di dolore. L’espressione, puntualizza la Corte con eccesso di zelo, riprende un’ordinanza del 2018. E qui la maledizione del refuso si abbatte di nuovo, spietata, rivelatrice. In una prima nota, l’ufficio stampa scrive che l’ordinanza è la numero 2017, poi silenziosamente, verso le 15, corregge ancora: è la 217. Così si leggeva sul sito della Corte fino a dopo le 19, quando l’ordinanza è diventata la 207 del 24 ottobre 2018, presidente Lattanzi, redattore Modugno, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 21 novembre, quella che aveva passato la palla al Parlamento perché modificasse l’articolo 580 del Codice penale.

Triplo errore, triplo refuso: è un segno che nel palazzo della Consulta regna un certo nervosismo. Le dita tremano quando devono scrivere sentenze che parlano di morte: meglio pensare così piuttosto che ipotizzare imperdonabili leggerezze. Resta il fatto che dalla Corte costituzionale, soprattutto in materie delicate come quando una toga decide in materia di vita e di morte, le imprecisioni non sono tollerabili, a maggior ragione se infilate a raffica.

Le inesattezze contenute nel comunicato di ieri hanno confuso un «1» con uno «0». Non sono numeri vicini sulla tastiera del computer, non si è trattato di una svista o di un lapsus. Però la colpa, tutto sommato, è veniale: sarebbe stato un peccato mortale nell’alfabeto binario, quello utilizzato nel linguaggio dell’informatica. Ma la cantonata dell’altra sera, cioè la «o» al posto della «e», cambia completamente il senso del pronunciamento della Corte. Se le intollerabili «sofferenze fisiche» debbono combinarsi con quelle «psicologiche», si tende a restringere il novero di possibilità in cui non va punito chi facilita il suicidio altrui.

Nel caso opposto, il segnale è che le maglie per la valutazione delle pene sono più larghe. I parlamentari, quando dovranno adeguare il Codice alla suprema volontà della magistratura costituzionale, dovranno tenere conto che la Consulta sollecita una certa ampiezza di manica. I giudici ordinari, quando saranno chiamati ad applicare le nuove norme, sapranno che la clemenza è meglio accettata della severità. E così lo scambio di una lettera sulla tastiera finisce per rivelare il vero spirito che sottende il pronunciamento della Corte.

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