Per capire perché l’arresto di Valter Lavitola sia arrivato soltanto adesso bisogna riavvolgere il nastro di questa commedia italiana di basso livello e tornare all’8 luglio scorso.
Siamo nel carcere romano di Rebibbia, dove sono detenuti Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, i tre uomini arrestati il 30 giugno per l’attentato a Sigfrido Ranucci. La quarta indagata, Marika De Filippis, compagna di D’Avino, era invece agli arresti domiciliari ad Avella. Saverio Mutone, residente a Sperone, in provincia di Avellino, è l’uomo che secondo il gip ha partecipato al sopralluogo davanti alla casa di Ranucci e, sei giorni dopo, è tornato a Torvaianica insieme ad Antonio Passariello sulla Fiat 500X utilizzata per l’attentato. Passariello e Mutone sono indicati nell’ordinanza come i due che hanno materialmente posizionato e fatto esplodere l’ordigno.
Ebbene quel giorno, di ormai più di un mese fa, Mutone parla in cella con un altro detenuto. Lavitola è indagato come possibile mandante e quattro giorni prima ha subito una perquisizione, ma è ancora a piede libero. Mutone parla. E fa il confronto con la propria situazione e si domanda: «Tu che sei il mandante (riferendosi a Lavitola, ndr.) e sei ancora a piede libero?». Il gip di Roma, Iole Moricca, definisce quella frase di «importanza cruciale». Secondo il giudice non si è trattato soltanto della ripetizione di ciò che Mutone aveva ascoltato in televisione in quei giorni, ma di una valutazione interna al gruppo sul ruolo attribuito proprio a Valterino.
Un altro detenuto cerca di spiegare il mancato arresto parlando di «soldi», «amicizie» e «politica» che proteggerebbero il faccendiere, «massone in sonno» come fu definito ai tempi di Silvio Berlusconi. Pellegrino D’Avino, compagno di Marika De Filippis e uomo che, secondo l’accusa, ha organizzato il gruppo campano e procurato l’esplosivo, reagisce così: «E mi devo fare io la galera?». È da queste conversazioni che si comprende la differenza tra la prima ordinanza cautelare e quella firmata il 10 agosto contro Lavitola e Clesio Tavares Gomes, cittadino camerunense (latitante, ieri al Tg1 ha detto: «Avrei voluto tornare per spiegare la mia vita e la mia versione dei fatti, però vorrei anche sapere per quale motivo devono emettere un arresto nei miei confronti. Diventa complicato, avevo previsto di tornare la settimana prossima però devo farmi delle domande prima… Ho insistito con il cardiologo, mi ha detto che non posso viaggiare») e uomo di fiducia che, per il gip, ha fatto da intermediario tra il presunto mandante e gli uomini incaricati di organizzare l’attentato.
Gli arresti del 30 giugno fanno emergere nuovi elementi
Il 26 giugno il gip aveva disposto le misure nei confronti di Passariello, D’Avino, Mutone e Marika De Filippis. Il 30 giugno i tre uomini sono stati portati in carcere, mentre De Filippis finisce ai domiciliari. Gli investigatori avevano ormai ricostruito il livello operativo attraverso telecamere, targhe, tabulati, sopralluoghi e intercettazioni. Mancava il livello superiore. E sono stati proprio gli arresti a produrre nuovi elementi. Sin da subito. Tanto che mentre viene portato via, D’Avino dice alla compagna: «Avvisa Gomes che avvisa quell’altro». Per il gip il significato è preciso. Il referente di D’Avino era Clesio Tavares Gomes. Gomes, a sua volta, avrebbe avuto un referente superiore, cioè proprio Lavitola. Non solo. Poi sono cominciate le intercettazioni a Rebibbia.
Nei discorsi intercettati D’Avino si lamenta soprattutto di Clesio, accusandolo di averlo messo «in mezzo alle tarantelle» per poi cercare di tirarsene fuori. Spiega di non voler «prendere la galera come uno scemo». E in una conversazione dice: «Fate tutti i boss col culo degli altri». Del resto, il problema è anche economico. Secondo la ricostruzione del gip, prima dell’attentato agli uomini sarebbero stati promessi sostegno economico e assistenza legale nel caso fossero stati arrestati. Marika De Filippis ne parla ai domiciliari utilizzando la metafora di un viaggio assicurato: se il «volo» avesse avuto problemi, ha detto, «loro ti rimborsano».
I soldi promessi agli uomini dell’attentato
Il 10 luglio, sempre a Rebibbia, emerge anche il compenso. D’Avino chiede a Saverio Mutone: «I 1.000 euro te li sei presi? Ti è piaciuto metterti in macchina?».
Anche in questo caso il gip sostiene che la frase sia un riscontro del pagamento di 1.000 euro ricevuto da Mutone per la sua partecipazione operativa. D’Avino parla anche di andare «a casa di quello» per recuperare i soldi. Subito dopo gli arresti del 30 giugno, Lavitola aveva organizzato un viaggio in Africa. Gli investigatori trovano una prenotazione per un volo Roma-Addis Abeba delle 23 del 4 luglio. Quella sera l’amico fraterno di Sigfrido Ranucci esce di casa con i bagagli. Poco prima aveva parlato con Clesio Tavares Gomes, che si trovava in Camerun, e gli aveva detto: «Ci vediamo domani». Ma Lavitola non arriverà mai a Fiumicino. Viene fermato per una perquisizione dalle forze dell’ordine. E appena due giorni dopo gli investigatori intercettano una chat tra lui e Clesio. Lavitola gli consiglia di parlare con gli avvocati e non direttamente con lui: «Se parli con me, ti può solo creare un danno». Poi aggiunge: «Non devono poter pensare che io e te siamo d’accordo su qualche cosa». È, quindi, l’insieme degli elementi raccolti dopo il 30 giugno a spiegare l’arresto di Lavitola: le nuove intercettazioni degli esecutori, i riferimenti al mandante, gli accordi sul denaro e sull’assistenza legale, i rapporti con Clesio e la partenza per l’Africa organizzata subito dopo gli arresti.
Dalla bomba di Torvaianica fino a Lavitola
La bomba esplode alle 22.17 del 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Ranucci. I carabinieri del Ris hanno trovato residui di gelatina da cava, un esplosivo industriale contenente nitrodiglicole, dinitrotoluene, nitrato di ammonio e tetrile. Gli specialisti hanno ipotizzato l’impiego di alcune cartucce da circa 100 grammi e un innesco compatibile con detonatore e miccia a lenta combustione. Il materiale era vecchio. Una bomba capace di spaventare ma non di uccidere. L’esplosione non ferisce nessuno. Secondo il gip, la preparazione era cominciata almeno un mese prima, dal 15 settembre, quando proprio Lavitola e Gomes vanno a farsi un giro a Torvaianica. Sono rimasti in zona circa mezz’ora e poi sono tornati a Roma. Per il giudice Lavitola ha mostrato a Clesio il luogo nel quale avrebbe dovuto essere realizzata l’azione. Da qui, secondo la ricostruzione, la decisione di Clesio di coinvolgere D’Avino, suo amico da anni. Nel telefono di D’Avino il numero del camerunense era salvato come «Clesio Fratmo».
D’Avino accetta. Spiega però che la propria macchina aveva problemi e propone di utilizzare quella di Clesio oppure di chiedere a «questi» di noleggiarne una. Per gli investigatori anche questo riferimento indica che anche Clesio rispondeva a qualcuno. Il 10 ottobre Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis fanno un sopralluogo a Torvaianica. D’Avino scrive: «La settimana prossima se la vedono loro». Il 16 ottobre Passariello e Mutone tornano con una Fiat 500X. Alle 22.17 esplode la bomba. Ventitré secondi dopo l’auto fugge. Alle 23.08 D’Avino informa Clesio Tavares Gomes: «Tt ok».
Gli investigatori risalgono dalla targa della 500X a Passariello, quindi a D’Avino, Mutone e De Filippis, poi a Clesio e infine a Valterino.
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