Innanzitutto «la» domanda: come si pronuncia, «cìa» o «chìa»? Facciamo chiarezza. In italiano, il termine chia si pronuncia «chìa» con il suono duro della «ch» (come nelle parole chiacchiera, chiasmo eccetera), in linguaggio fonetico /’kia/. La parola chia della locuzione nominale semi di chia deriva dallo spagnolo e in spagnolo si pronuncia, invece, «cìa». L’intera locuzione spagnola è semillas de chia. Quindi in Italia si dice semi di chia. Vi capiterà però di sentire molti adottare la pronuncia spagnola, «sémi di cìa», molti altri adottare la pronuncia italiana «semi di chìa».
Capite le questioni dietro la pronuncia, è ancor più interessante comprendere se e come questi semi facciano bene alla nostra salute. I semi di chia, infatti, sono un novello superfood. Così si chiamano quegli alimenti di provenienza esotica che a un certo punto troviamo un po’ dappertutto. Nel bistrot salutista, nel supermercato biologico, nelle ricette dei foodblogger che esaltano la materia prima vegetale. Avrete sicuramente sentito nominare in uno di questi contesti il chia pudding, che per 1 persona si prepara mescolando 3 cucchiai di semi di chia con 200 ml di latte e un cucchiaino di miele. Dopo aver girato, si fa riposare 10 minuti, si rimescola e si lascia in frigo per 4 ore (o tutta la notte) prima di mangiarlo con un topping di frutta fresca o secca. Fateci caso, ovunque ci giriamo c’è qualcuno che ci parla del chia pudding e ce ne illustra i pregi per la colazione desiderando vederci gettare nel secchio il nostro bel cappuccino con le fette biscottate e la confettura. Altro tormentone sono i semi di chia da spolverizzare su un’insalata, su una pasta, ovunque sia possibile. Una spolverata sana, che fa bene, balsamo per la salute e chi più ne ha, di questi titoli molto (troppo?) entustiastici con cui ci viene presentato, più ne metta. Un superfood superalimento, concetto di sempre maggiore successo nel marketing alimentare, è un alimento di origine naturale che presenta una densità di nutrienti eccezionale rispetto ai suoi equivalenti normali. Può essere un alimento, come il miele di Manuka, oppure una categoria, come sono i semi. Questo è il momento di gloria dei semi, molto esaltati soprattutto da chi ricerca alternative sane alla carne e ai latticini come se questi ultimi a dosi corrette non lo fossero. Nella categoria dei semi oleosi, dopo il boom dei semi di lino e dei semi di canapa ora compaiono i semi di chia. Chiunque fosse interessato all’alimentazione naturale 30 anni fa e anche più magari li conosceva già. Ma è molto importante divulgare le caratteristiche reali e il corretto uso dei semi di chia sia a chi in qualche modo già li conosce, sia a chi invece non li conosce e se li sente proporre come superfood in una narrazione che li vede presentati in maniera semplicistica e anche pericolosa: ho visto coi miei occhi sui social network video nei quali si dice che vanno mangiati in grande quantità e no, non è vero che più ne mangi più bene ti fanno perché mangiandone troppi secchi e bevendo poco si può per esempio incorrere in un rallentamento o perfino un blocco esofageo e digestivo e mangiandone troppi pure se idratati si possono avere seri problemi digestivi per l’eccesso di fibre ingerito. Conosciamoli meglio, allora.
I nostri semi di chia sono appunto i semi della chia, che è una pianta floreale della famiglia delle Lamiacee, una famiglia ricchissima di piante che ritroviamo nel piatto, in farmacia e in profumeria, la stessa famiglia della lavanda, del rosmarino, della menta e del basilico eccetera. Il suo nome botanico è Salvia hispanica ed è nativa del Guatemala e del centro sud del Messico. Ne parla anche il Codice Mendoza. Anche noto come Codice Mendocino, è un fondamentale documento di epoca coloniale messicana redatto da scribi per le didascalie e artisti, per la parte pittorica, prioritaria, locali, i tlacuilos. Il Codice racconta la storia, l’economia e la vita quotidiana del popolo azteco prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli. Fu commissionato dal primo viceré della Nuova Spagna intorno al 1541 Antonio de Mendoza per inviare all’imperatore Carlo V un rapporto sulle terre conquistate, ma la nave spagnola su cui viaggiava fu predata dai corsari francesi e dopo varie vicissitudini oggi questo codice è custodito alla Biblioteca Bodleiana di Oxford, raramente esposto, ma consultabile a questo link: https://share.google/09NVb3TZfb6ohJylj. Contiene anche l’immagine che ha ispirato lo stemma al centro della bandiera del Messico, il glifo di fondazione di Tenochtitlán, un’aquila che tiene un serpente tra gli artigli appollaiata su un cactus (che si chiama nopal) che cresce su una roccia o un isolotto in mezzo all’acqua (secondo la leggenda azteca il dio Huitzilopochtli indicò quel punto per fondare Tenochtitlán, odierna Città del Messico).
Il Codice Mendoza racconta come la chia fosse abitualmente coltivata. Era una pianta importante tanto quanto il mais e ancora oggi si usa non solo in forma di semi interi, ma anche di sfarinato. Il motivo di consumo era lo stesso che entusiasma i cultori italiani dei semi di chia. L’alto contenuto di omega 3 e di fibre, innanzitutto, proprio come accade nei semi di lino e nei semi di sesamo e com’è in generale tipico dei semi oleosi. Infatti la parola chia che deriva dal nahuatl chian significa oleoso. Anche il nome dello stato del Chiapas ha una storia legata a questa pianta e ai suoi bei semi: i popoli di lingua nahuatl chiamavano chiapan il fiume e la regione circostante su cui erano insediati, da chìa appunto la pianta e apan nel senso di fiume o luogo (o pan nel senso di sopra o in). Il fiume era l’attuale Rìo Grijalva e gli abitanti originari del luogo erano chiamati chiapanecas ossia gli abitanti del fiume de (o dell’area sopra) la chìa. I Chiapanecas furono sottomessi dagli Aztechi che chiamarono la loro capitale Chiapan (è l’attuale cittadina coloniale di Chiapa de Corzo). Quando i conquistadores spagnoli arrivarono nella regione intorno al 1528, fondarono due centri principali per controllare l’area: Chiapa de los Indios per la popolazione nativa e Chiapa de los Españoles per gli europei (oggi il suo nome è San Cristóbal de las Casas). Siccome l’intera provincia comprendeva due Chiapa, si iniziò a chiamare la regione, al plurale, Provincia de las Chiapas e quando il paese divenne indipendente assunse il nome Chiapas.
La fama di superfood dei semi di chia dipende da tre elementi: il contenuto di fibre, il contenuto di acidi grassi essenziali omega-3 e il contenuto di sali minerali.
I semi di chía sono davvero ricchissimi di fibre, circa il 34-38% del loro peso è fibra. Di questi 34-38 grammi di fibre per 100 g di semi di chia, il 20% sono fibre solubili. Sono quelle che, messe in ammollo, per quanto liquido assorbono diventano mucillagine, un gel trasparente, e fanno espandere il seme di circa 10-12 volte il suo peso, pensate. Nello stomaco, questo gel rallenta la digestione e l’assorbimento dei carboidrati, aiutando a evitare i picchi di glicemia nel sangue e prolungando a lungo il senso di sazietà. Inoltre, intrappola parte dei grassi e del colesterolo introdotti con il cibo, riducendo l’assorbimento anche di questi. Il restante 80% delle fibre sono insolubili: dure, composte di cellulosa che non digeriamo, arrivano integre nell’intestino, aumentando il volume delle feci e favorendo la regolarità del transito intestinale oltre a svolgere il compito prebiotico di nutrire i batteri buoni del microbiota intestinale. Come iniziare a mangiarli? Bisogna cominciare con una piccola quantità per la prima settimana, per permettere all’intestino di abituarsi gradualmente all’apporto di fibre e poi magari consumarne, se proprio ce ne si è innamorati, in quantità moderate, un cucchiaino, ecco, massimo uno-due cucchiai al giorno, sempre ammollati, eventualmente tritati e ricordatevi di bere tanto durante la giornata in cui li assumete. Un’ultima curiosità: esiste anche la golden chia: è il nome comune della Salvia columbariae, una pianta erbacea della stessa famiglia della normale chia (la Salvia hispanica), originaria della California e degli Stati Uniti sud-occidentali.
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