Il calo di produzione si aggirerà attorno al 20%, riconsegnando alla Francia il primato produttivo annuo. Intanto l’influente think tank Cep preme per imporre le etichette terrorizzanti su tutte le bottiglie di vino.

È anche una questione di etichetta. Mentre la vendemmia è partita con un’incertezza che da anni i produttori non erano più abituati ad affrontare e un mercato sempre più depresso e polarizzato – non si vendono più i vini di fascia media causa inflazione – arriva la conferma che l’Irlanda, col benestare della Commissione europea, ha definitivamente aperto la guerra al vino e riceve pure applausi. Il Cep, che è il pensatoio europeo che esamina e promuove le politiche di Bruxelles, incoraggia la Commissione a rendere obbligatorie le etichette dissuasive per tutti i Paesi dell’Unione. In pratica, per affrontare l’emergenza alcolismo che riguarda sostanzialmente solo i Paesi del Nord Europa, anche i mediterranei e i principali Paesi produttori di vino, Italia, Francia e Spagna, dove il consumo è improntato alla moderazione e costituisce un elemento identitario, devono gridare ai cittadini: non lo bevete perché fa male. Peraltro mentendo, visto che migliaia di studi medici sostengono che un consumo moderato di vino sia salutare. Pensare che su un Brunello di Montalcino, un Barolo o un Amarone, un Bordeaux gran cru classé o un Bordolese che spunta un prezzo di mille euro, su un Rioja o un Ribeira possano comparire etichette come quelle che stanno sulle sigarette sembra offensivo. Eppure il report del Centres for european policy network sostiene che è necessario «estendere a tutti i Paesi dell’unione gli health warning introdotti dall’Irlanda alla luce dei rischi sanitari, sociali ed economici dell’alcol». La discussione aperta a Bruxelles era invece di tutt’altro segno. L’Italia si era messa alla testa di un serie di Paesi tra cui Francia, Spagna, Grecia per chiedere a Ursula von der Leyen di avviare una procedura d’infrazione contro l’Irlanda, rea di violare le regole del libero mercato nell’Unione. Il ministro per la Sovranità alimentare e l’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha portato la battaglia fino in sede Wto (organizzazione mondiale del commercio), ma la risposta del Cep che influenzerà Bruxelles va in tutt’altra direzione. La Commissione si era difesa sostenendo che l’Irlanda aveva legiferato all’interno dei suoi confini nazionali dove si beve pochissimo vino, ma dove il consumo di alcol è altissimo (il 70% dei maschi e il 34% delle donne sono considerati a rischio alcolismo). Ora però Bruxelles va oltre e pensa di far diventare un obbligo per tutti la dissuasione al consumo di alcol e perciò di vino. Un pessimo indizio visto che nelle prossime settimane si tornerà a parlare anche del Nutri-score, la famosa etichetta a semaforo che l’Italia non vuole, ma che piace tanto alle multinazionali della nutrizione e che boccia col bollino nero il vino. Contro il Cep si sono levate proteste durissime in Italia. Il ministro Lollobrigida ha commentato: «L’etichettatura con avvertenze sanitarie sugli alcolici non è ragionevole. Questo sistema, infatti, rischia solo di essere un elemento condizionante e discriminatorio, con l’unico obiettivo di stigmatizzare un prodotto principe dell’export italiano: il vino.» Gianmarco Centinaio vicepresidente del Senato (Lega) e già ministro agricolo rincara: «Le conclusioni del Cep sulle etichette irlandesi sono paradossali. Secondo il think tank, se un Paese europeo prende una decisione, anche se controversa, la cosa più facile da fare è estenderla a tutta l’Ue per evitare una frammentazione delle regole. Noi diciamo invece che quelle etichette vanno fermate perché non distinguono tra l’uso e l’abuso di alcol e non tengono conto delle ricerche scientifiche che dimostrano i benefici del consumo moderato di vino». Ma oramai il danno è fatto. I bevitori di vino tra i giovani sono crollati passando nella fascia di età tra 18 e 39 dal 37% del 2010 al 26% di oggi. Tutto il mercato del vino in Italia, ma anche in Europa è in crisi. Basti dire che la Francia sta spiantando circa il 10% della superficie con un esborso di oltre 300 milioni di euro, che la Spagna ha avviato la distillazione di soccorso e che in Italia ci sono stoccati in cantina oltre 50 milioni di ettolitri di vino. Anche l’export italiano che era il traino dell’agroalimentare batte in testa: abbiamo perso circa l’ 8% nei primi sei mesi perché i nostri principali clienti (Usa, Germania e Gran Bretagna) hanno avuto un crollo nelle vendite e in Italia nella Gdo il vino ha perso oltre 10 punti.

Con questo scenario si è cominciata una vendemmia che promette un calo di produzione attorno al 20% – non si andrà probabilmente oltre i 42 milioni di ettolitri riconsegnando alla Francia il primato produttivo (45 milioni) che però significa poco. A preoccupare i produttori – come ha fatto osservare il presidente dell’Unione italiana vini Lamberto Frescobaldi – è la forbice crollo dei consumi, aumento dei costi (tra vetro, cartoni, energia si stima una crescita del 30%) e blocco dell’export che probabilmente chiuderà l’anno con un calo del 15%. A condizionare la vendemmia sono stati gli attacchi di peronospora (in alcune regioni si è persa oltre metà della produzione) e l’andamento climatico troppo discontinuo. Il dorato mondo del vino abituato ad anni di successi e di autocelebrazioni ha avuto un brusco risveglio. Le vendite di vino sono diminuite del 7% in Italia, del 10 in Spagna, del 15 in Francia, del 22 in Germania. Fuori dall’Ue il crollo è di 16 punti. L’Europa che ha il 45% di tutte le cantine del mondo, metà dei consumi mondiali e quasi due terzi della produzione sta facendo di tutto per distruggere le vigne. E intanto la vendemmia va: zoppica, ma va.

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