urso data center
Adolfo Urso (Ansa)

Il ministro: «Perso il treno dell’IA generativa, ma non la partita su quella fisica. Crisi Electrolux risolta, Landini pensa ad altro».

Ministro Urso, avete risolto la crisi Electrolux, salvando un migliaio di posti di lavoro. Come avete fatto?

«Con una duplice azione, in Italia e in Europa. In Italia convincendo la multinazionale svedese che l’ecosistema del Made in Italy può ancora essere competitivo con prodotti di medio-alta gamma, anche grazie alla professionalità dei nostri lavoratori. In Europa aprendo il fronte delle riforme con un “non paper” che ha già avuto il supporto dei principali Paesi industriali, per tutelare le imprese dalla concorrenza sleale. Per questo tutti gli stabilimenti italiani sono stati salvaguardati, anche con ulteriori investimenti, oltre cento milioni di euro. Le uscite saranno solo volontarie e incentivate, mentre altrove gli stabilimenti saranno chiusi o ceduti».

L’ha chiamata Landini per ringraziarla?

«Mi sembra distolto da altre questioni, lontano dai temi sindacali».

Si lavora meglio con i sindacati locali o con le segreterie nazionali?

«Svolgono funzioni diverse, tutte necessarie, che abbiamo valorizzato in ogni tavolo, di crisi o di settore, sia quando c’è da tutelare il lavoro, come in questo caso, sia quando è possibile programmare nuovi investimenti e quindi sviluppo e nuova occupazione, come sempre più spesso accade. In questi anni si sono ridotti i tavoli di crisi e sono aumentati gli investimenti. Cresce il numero delle imprese e crescono gli occupati: oltre 1,2 milioni in più da inizio legislatura».

In tutto ciò l’Europa cosa sta facendo per l’industria del bianco?

«Finalmente si è svegliata, grazie alla nostra azione. Il nostro “non paper” è stato discusso in Consiglio e la Commissione si è impegnata a darci risposte su più fronti. Ci saranno misure di tutela commerciale e una revisione del Cbam che estende le protezioni anche ai prodotti a valle, compresi gli elettrodomestici. Arriveranno controlli più stringenti sul mercato con il prossimo Atto europeo sui prodotti e risorse dedicate all’innovazione nel nuovo Fondo europeo per la competitività. L’elettrodomestico deve essere considerato un comparto strategico, come l’auto».

In Europa stanno modificando le regole sull’auto. Troppo tardi?

«Spero di no, ma occorre non perdere più tempo. Serve una radicale e organica revisione, a cominciare dal regolamento sulle emissioni di CO2 di auto e veicoli leggeri: finalmente si muove anche il Parlamento europeo».

All’Eicma intanto metà degli espositori erano cinesi: hanno vinto anche sulle due ruote?

«Sono temibili anche sulle due ruote, ma noi teniamo sui prodotti di eccellenza, quelli che fanno sognare intere generazioni. La forza del Made in Italy è fatta anche di marchi che tutti ci invidiano: storia, bellezza, tecnologia, sport ed economia. È un’emozione difficile da eguagliare».

In generale, però, sull’industria si sta muovendo qualcosa per arrivare a una decarbonizzazione non ideologica?

«Sì, il pachiderma si è mosso, ma è ancora nella stanza. Confido nella saggezza degli elettori, a cominciare da quelli spagnoli che voteranno a fine novembre. Sempre più prevale il modello italiano».

Sul decreto Bollette ancora un rinvio per interlocuzioni con la Ue. Si perde tempo per la burocrazia?

«La burocrazia è come la tela di Penelope: disfa quel che la politica costruisce. Vale sul fronte energetico come su quello della semplificazione. In meno di due anni la Commissione ha presentato, sotto il nostro incalzare, 12 pacchetti Omnibus di semplificazione, di cui solo pochi approvati. E comunque pensi: 12 pacchetti per semplificare quel che è stato reso astruso. Una contraddizione in termini».

La manovra pare scontentare tutti. Colpa della Ue troppo rigida sulla flessibilità?

«Anche qui, la rigidità di alcuni criteri ci ha impedito di uscire in anticipo dalla procedura europea per deficit di bilancio, riducendo le risorse a disposizione. È mancato meno di un decimale. Magari, nelle revisioni successive, l’Istat ci dirà che l’obiettivo era stato raggiunto, quando ormai è troppo tardi per trarne beneficio. È quanto accaduto con il Pil negli ultimi anni, sempre rivisto nettamente al rialzo».

Mentre si litiga per gli zero virgola in Europa, l’America e la Cina accelerano sull’IA. Abbiamo perso il treno anche qui?

«Abbiamo perso il treno dell’Intelligenza artificiale generativa, ma siamo nelle condizioni di reggere la sfida sull’Intelligenza artificiale fisica, cioè su quella applicata ai processi produttivi, sulla robotica avanzata e innovativa. Su questo stiamo lavorando per consolidare una filiera produttiva italiana che può diventare leader in Europa».

È partito un movimento mondiale contro i data center… nucleare no, pale eoliche no, petrolio no, gas no, data center no. Siamo destinati a non fare nulla?

«Siamo obbligati a farlo, anche per mettere in sicurezza i nostri dati. Senza data center non c’è sovranità, né sviluppo dell’economia digitale. Per quanto ci riguarda, adottiamo criteri ecosostenibili, sia nell’uso del suolo e delle risorse idriche, sia nella produzione energetica da fonti green. In ogni caso, faccio notare che buona parte delle componenti dei data center è realizzata da imprese italiane. Anche questo ha contribuito alla crescita dell’export italiano negli Stati Uniti».

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