Professor Alberto Bagnai, venerdì scorso l’Ecofin ha dato una settimana di tempo all’Italia: teme una procedura d’infrazione? Cosa dirà il ministro Tria ai colleghi?
«Mi viene da dire che anche i colleghi del Nord hanno i loro elettori da soddisfare. Non è colpa nostra se i nostri sono di più. Questi numeri segnalano che l’Ue delle minacce, dei Trattati approvati alla chetichella dopo negoziati opachi e viziati da ricatti, non incontra più il favore dei cittadini, nemmeno nei Paesi che sembrano forti».
Quindi?
«Capisco la necessità dei colleghi del Nord di berciare per aizzare i residui del proprio elettorato, ma l’apertura di una procedura di infrazione metterebbe in difficoltà la Commissione più di noi. Preoccupa l’instabilità di un disegno politico sovranazionale le cui dinamiche sono condizionate dalle botteghe politiche nazionali. Imporre manovre restrittive a un Paese che sta ripartendo e che ha sofferto più degli altri perché più degli altri ha rispettato le regole in termini di sistema è una follia politica. Tria risponderà coi numeri e con la sua sincera volontà di dialogo, ricordando di essere la voce di un grande Paese».
Però molti rappresentano l’Italia totalmente isolata: è così?
«Forse è venuto il momento di porci una domanda diversa: la pretesa autorevolezza del Pd in Europa a che cosa ci ha portato? Ai decimali di flessibilità di bilancio in cambio del via libera all’immigrazione selvaggia, a un arretramento della presenza italiana nella macchina amministrativa di Bruxelles, all’incapacità di tutelare e coinvolgere le ottime professionalità che l’Italia esprime in quelle sedi, all’esclusione del Parlamento dal ruolo che gli compete nel processo legislativo dell’Unione. Siamo sicuri di non poter fare peggio di così, anche da soli. Le diverse visite che ho fatto a Bruxelles e i contatti assidui che mantengo con quella realtà mi confortano in questa fiducia».
In un recente contributo pubblicato sul Financial Times lei ha auspicato una modifica delle regole europee sulle finanze pubbliche: pensa che l’Italia possa trovare consenso in questo cammino?
«Da uomo di partito non mi pongo il problema: il consenso verso di noi crescerà sia se la risposta sarà razionale, cioè se le regole verranno modificate, sia se sarà di chiusura. Da economista vedo che tanti colleghi autorevoli stanno chiedendo la stessa cosa. Non mi interessa il contenuto scientifico delle loro proposte, ma il loro significato politico».
Ad esempio?
«Persone come Olivier Blanchard o Paul De Grauwe non parlano a caso. Succede ora per la politica di bilancio quello che è successo l’anno scorso con l’immigrazione: un fenomeno gestito in modo irrazionale e disumano, mentre i benpensanti ipocriti tacevano, aspettando che qualcuno dicesse no per loro. Salvini ha avuto il coraggio di farlo: anche chi in piazza gli ha dato del razzista in cuor suo gli è stato grato, e l’immagine dell’Italia in Europa si è affermata. Ora occorre una simile fermezza in materia di governo dell’economia».
Cosa significa in concreto?
«Il tema del “cambiamento dei Trattati”, con la querimonia delle opposizioni che dicono che “non avrete mai l’unanimità” per farlo, è mal posto e denota scarso realismo politico. Le parti più “tossiche” della governance economica europea non sono contenute nel Trattato sull’Unione europea, ma in altri accordi intergovernativi che i nostri alleati già si accingono a modificare: altrimenti i colleghi citati sopra, tanto illustri quanto conformisti, tacerebbero. E poi, perché cambiare le regole? Francia e Germania chiariscono che basta non applicarle! E qui si arriva al punto: gli altri 25 paesi accetteranno a lungo questo Unione di figli e figliastri? Aspettiamo fiduciosi la risposta della Storia».
Ma quale dev’essere la finalità politica delle mosse italiane, per esempio in materia di commissari Ue?
«Quella di avere un commissario più che una finalità è un preciso diritto. L’Italia, per la sua storia e per il suo ruolo, può aspirare a una vicepresidenza, e a un portafoglio in cui le competenze dell’Unione europea siano esclusive. Ma soprattutto l’Italia deve finalmente prendere sul serio sé stessa per prendere sul serio l’Europa. L’Italia deve imparare a difendere i propri interessi, valorizzando il ruolo cruciale della nostra rappresentanza permanente presso l’Ue, collocando funzionari italiani nei gabinetti dei diversi Commissari, in un quadro di scambi strategici, favorendo i percorsi di carriera dei nostri dirigenti nelle varie Direzioni generali: insomma, essendo presente a Bruxelles».
Più che il nome, che profilo e che priorità dovrà avere il prossimo presidente della Bce perché gli interessi italiani siano più tutelati?
«Le priorità del presidente della Bce non saranno scelte da lui, ma dalle inesorabili logiche del mercato. Oggi il presidente della Bce, sia un falco o una colomba, non può fare altro che continuare a inondare di liquidità il mercato, con le operazioni Tltro e la ripresa del Qe, come puntualmente anticipato anni fa da Claudio Borghi. Sono sempre stato scettico verso chi sventolava lo spauracchio della fine del Qe, che infatti verrà ripreso nonostante abbia fallito nel suo obiettivo dichiarato, quello di portare l’inflazione al 2%. Fatto sta che oggi politiche monetarie restrittive metterebbero in crisi i Paesi del Nord sotto almeno due profili: quello della sostenibilità dei debiti privati, e quello dell’apprezzamento del cambio. La Germania ha voluto l’euro non perché era forte, ma perché era debole per la sua economia. Difficilmente chiederà di rafforzarlo ora che la sua produzione industriale sta andando a rotoli, dopo decenni di investimenti insufficienti. Probabilmente per la Bce verrà scelto un falco, perché le sue politiche da colomba siano accettabili per gli elettorati del Nord».
È circolato in alcuni articoli giornalistici il suo nome: può confermare o smentire la sua disponibilità a impegnarsi nel ruolo di commissario, o di ministro agli Affari europei?
«Vedo che la rivoluzione del buonsenso stenta ad affermarsi nel mondo dell’informazione! Per il ruolo di commissario occorre esperienza di governo, che io non ho, e quindi fatico a capire perché si parli di me. Il Paese può esprimere persone molto più qualificate. Quanto a tutto il resto, non sono entrato in politica per fare come mi pare ma per mettermi a disposizione, e ho la massima fiducia personale nel premier e nei due vicepremier. Farò quello che loro mi chiederanno. In Senato il lavoro non manca: bisogna dare piena attuazione al dialogo fra governo e parlamento sui temi europei, facilitando lo scambio di informazioni e garantendo un indirizzo parlamentare sui vari negoziati; deve partire la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario; va seguito il disegno di legge Patuanelli-Romeo sulla riforma della governance della Banca d’Italia, una vera riforma strutturale, fra le tante necessarie per adeguare il Paese agli standard europei. Sto imparando molto dall’esperienza parlamentare, e spero che possa continuare».
L’incidente politico del Pd sui minibot ha aperto un dibattito internazionale sullo strumento: saranno nella prossima manovra?
«Può darsi. Tecnicamente non devo occuparmene io, non sono materia da Commissione Finanze, ma mi sembrerebbe naturale: sono nel contratto di governo».
In ogni caso, il valore di una simile proposta serve a immettere uno strumento di liquidità o più ad aumentare la forza negoziale italiana?
«I minibot servono a impedire che altre imprese falliscano. Quanto al resto, il tempo è nostro alleato. L’ipocrisia del discorso “di sinistra”, tutto buoni sentimenti e tagli salariali, sta disgustando tutti gli europei. A chi ci dice che non abbiamo raggiunto la maggioranza nel parlamento europeo (che non abbiamo mai detto avremmo raggiunto, né lo pensavamo) suggerisco di sorvegliare l’evoluzione della maggioranza in Consiglio, che è il vero legislatore europeo. Cambierà a nostro vantaggio in molte future elezioni nazionali».
Sono emerse divergenze d’approccio nei rapporti con l’Ue tra i due partiti di maggioranza e il cosiddetto «terzo socio» rappresentato dall’asse Tria-Mattarella. È un quadro che rende possibile proseguire l’esperienza di governo?
«Quando mi capita di partecipare a vertici sui temi che mi riguardano vedo attuarsi in pratica quello che da studente ho letto nella Costituzione: il presidente del Consiglio mantiene l’unità di indirizzo politico. Do per scontato che non la si pensi tutti allo stesso modo, altrimenti la politica non avrebbe motivo di esistere, ma poi le cose vanno fatte e mi pare si facciano, con soddisfazione di chi ci ha votato. Non capisco quindi perché questa esperienza dovrebbe interrompersi. L’establishment per definizione incarna la resistenza al cambiamento: non ci vedo nulla di particolarmente scandaloso, e considero anzi questa inerzia un fattore di garanzia, entro certi limiti. Certo, le persone che fino a un anno fa ci conoscevano solo attraverso i resoconti faziosi della stampa cialtrona, quella dei titoli urlati e dei virgolettati fasulli, in un anno di esperienza parlamentare e di governo hanno imparato a conoscerci per quello che siamo: persone di buonsenso, capaci di mediazione, rispettose delle opposizioni e desiderose di operare nell’interesse del Paese. Si può discutere su come tutelare questo interesse: ma ormai abbiamo girato pagina, e non si può più dire che l’interesse italiano debba essere subordinato a un chimerico interesse “europeo”. L’Europa siamo anche e soprattutto noi. Gli italiani ci sono grati di ricordarlo al resto del mondo – che non ne ha bisogno – e alle nostre opposizioni, che ne hanno ancora molto bisogno».
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