Togliete dai social le foto dei bimbi
Nel riquadro una recente foto di Chiara Ferragni, con i bimbi di spalle (iStock)
  • Un contenuto con un minore per protagonista ha il triplo delle interazioni. Per questo i più piccoli vengono continuamente lanciati online da influencer e aspiranti tali. Ora un’iniziativa parlamentare vuol mettere qualche paletto.
  • L’esperto Giovanni Ziccardi: «Ormai una bambina di nove anni passa 8-10 ore al giorno a guardare video. Per le aziende è il target principale».
  • I Ferragnez hanno sovraesposto i pargoli (ora fotografati solo di spalle), ma non sono i soli. E negli Usa una «star» di 5 anni viene ripresa in pose volutamente maliziose.

Lo speciale contiene tre articoli.

«L’unica cosa che mi tranquillizza è che il figlio di Chiara Ferragni e Fedez avrà una grande possibilità nella vita. Arrivato a 18 anni potrà andare da un qualsiasi avvocato e dirgli: “Avvocato, io dal primo giorno della mia vita sono stato messo sui social senza che nessuno mi avesse chiesto il consenso perché ero un bambino. Secondo lei, c’è la possibilità di chiedere un risarcimento danni?” Caro Leone, ti garantisco che qualsiasi avvocato al mondo ti dirà una e una sola cosa: “Je levamo tutto”».

Questa conversazione immaginaria, profetizzata dal comico Filippo Giardina nel suo spettacolo Formiche, in un futuro non troppo lontano potrebbe divenire realtà. Il mese scorso, infatti, è stata depositata alla Camera la prima proposta di legge italiana volta a regolamentare lo sharenting (crasi tra «share», condividere, e «parent», genitori), ovvero l’esposizione dei minori sui social da parte di madri e padri. Il testo, intitolato «Disposizioni in materia di diritto all’immagine dei minorenni» è stato presentato da Alleanza Verdi Sinistra a firma degli onorevoli Angelo Bonelli, Luana Zanella, Elisabetta Piccolotti e Nicola Fratoianni, e si compone di tre articoli.

Il primo si concentra sulla tutela dei minori di 14 anni e propone una modifica alla legge del 2004 sul sistema radiotelevisivo per introdurre una dichiarazione scritta che i genitori (o i tutori) devono firmare per poter mostrare il volto dei loro figli sui social. La dichiarazione deve poi essere inviata all’Agcom, l’Autorità per le Garanze nelle Comunicazioni. Il vero incubo di «mamme e padri influencer», celebri tendenzialmente per campare a spese dei pargoli, è però la seconda parte del primo articolo: in caso di profitti generati dall’immagine dei minori (la cosiddetta «monetizzazione» dei contenuti) si propone che il denaro venga depositato su un conto bancario intestato al minore, inaccessibile fino al compimento dei 18 anni. È prevista la possibilità di prelievi solo in casi eccezionali, autorizzati dall’autorità giudiziaria. Un bel colpo per gli affari. Anche per le aziende, le quali, in caso di campagne marketing con protagonisti under 14, dovranno chiedere esplicita autorizzazione a chi esercita la responsabilità genitoriale e informare l’Agcom.

Il secondo articolo, invece, riguarda il diritto all’oblio digitale: una volta raggiunti i 14 anni, i giovani possono chiedere la rimozione dai motori di ricerca di contenuti pubblicati online prima di questa età. L’articolo 3 dispone infine che venga aggiornato il Codice di autoregolamentazione tv e minorenni, recepito dalla legge n.112 del 2004, secondo le disposizioni della nuova proposta di legge. Il testo prevede anche l’emanazione di un Dpcm con disposizioni e linee guida per i servizi di piattaforme di condivisione foto e/o video, volto a informare sui rischi della diffusione dell’immagine dei minorenni e a «incoraggiare gli utenti a segnalare contenuti audiovisivi con bambini di età inferiore ai quattordici anni che possano ledere la loro dignità o integrità morale o fisica».

Misure che potrebbero sembrare forse eccessive agli occhi dei più distratti, ma mai come ora necessarie ad arginare la deriva innescata dai social e alimentata dai genitori esibizionisti. Infatti, nell’epoca in cui il narcisismo è un business, i social, fabbriche dell’egotismo per eccellenza, sono divenuti vere e proprie vetrine in cui esporre i più piccoli. I quali sono lo strumento perfetto per macinare facilmente milioni di visualizzazioni e like. Come spiegato nel corso della presentazione della legge alla Camera dalla giornalista e social media strategist Serena Mazzini, le interazione di contenuti che hanno come protagonisti i bambini è circa 3 volte maggiore rispetto ai contenuti con solo adulti. Dati che, ovviamente, non sono sfuggiti alle piattaforme e alle agenzie di comunicazione, che fanno a gara per firmare contratti da decine di migliaia di euro con madri e padri influencer, fin dai primi mesi della gravidanza.

Ma al di là della questione giuridica ed economica e dei rischi per la sicurezza dei bambini (foto e video vanno spesso ad arricchire le gallerie pedopornografiche), l’aspetto più preoccupante dell’esposizione incontrollata dei minori è di carattere morale. Fin da prima della loro nascita, i bambini sono inconsapevolmente esposti al pubblico: basti pensare al caso scuola dei Ferragnez, con post e video fin dal test di gravidanza, come in un reality al quale non hanno mai accettato di partecipare. Proprio come in The Truman show, le vite di migliaia di bambini sono costantemente riprese e condivise con milioni di sconosciuti, che conoscono così i loro gusti, il loro carattere, le loro debolezze, grazie a foto e video che resteranno online per sempre. Sono sempre più numerosi infatti i profili dedicati alla maternità o all’esperienza genitoriale, in cui le madri espongono i figli nei momenti più delicati della giornata, come i pasti, i cambi pannolino e i pisolini, per stimolare la reazione del pubblico e diventare così più appetibili per i brand. Gli influencer sanno infatti che il successo dei loro profili dipende per buona parte dalla percezione di autenticità della loro vita quotidiana, che accresce la fiducia dei follower e il loro attaccamento anche ai bambini, talvolta morboso.

I contenuti spesso sono disturbanti: dalle scenette imbarazzanti con dialoghi imparati a memoria a balletti di bambine ipersessualizzate o bambini malati ripresi nei momenti di dolore o difficoltà. Uno dei trend più visti su TikTok, per esempio, riguarda l’uso del vasino per fare i propri bisogni o i lavaggi nasali, in cui bambini disperati vengono sbattuti sul palcoscenico digitale mentre hanno mal di pancia, soffrono, piangono e urlano. Pensiamo a cosa succederebbe se lo stesso trattamento fosse riservato agli adulti, magari ripresi mentre subiscono un intervento medico, o sono spaventati su una barella o nel proprio letto. L’esposizione si tradurrebbe in senso di impotenza, vergogna e profonda umiliazione. Il minore costantemente esposto, inoltre, una volta cresciuto dovrà confrontarsi con l’immagine costruita sui social, attraverso una narrazione scelta dai genitori. Ognuno di noi, infatti, sceglie quale lato del proprio carattere mostrare, cosa lasciare nel privato e far conoscere alle persone più intime, o a addirittura a nessuno. Un diritto che migliaia di bambini non hanno più. Capire le conseguenze di questa violazione sarà la sfida dei prossimi anni. Oltre a porvi rimedio.

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