- Il geologo Enrico Miccadei: «Nel Quaternario, il Po sfociava a Pescara e le conche dell’Italia centrale erano laghi pieni di vita. Sugli eventi meteo l’uomo influisce pochissimo. Semmai, dovremmo stare più attenti a dove costruiamo».
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Lo speciale contiene due articoli.
Professore ordinario di Geomorfologia all’Università di Chieti-Pescara, Enrico Miccadei non solo è uno degli oltre 1.600 scienziati ad aver firmato la «Dichiarazione mondiale sul clima» della Fondazione Clintel, ma è stato uno degli otto ad aver scritto la prima bozza di quella «Dichiarazione».
Professore perché ha deciso di partecipare alla stesura della petizione «Non c’è alcuna emergenza climatica»?
«Innanzitutto perché è vero che non c’è alcuna emergenza climatica d’origine antropica, e poi perché ho pensato che avrei avuto l’occasione di ridare vigore alle scienze della Terra, e quindi alla mia passione: la geologia».
Della sua passione ne parliamo dopo. Per il momento ci dica perché ritiene insussistente quella emergenza.
«Sono specializzato in geomorfologia del Quaternario e nella definizione delle pericolosità geomorfologiche naturali ed antropiche (passate e recenti) per la pianificazione territoriale. In questo momento storico e culturale c’è tanta e troppa confusione (secondo me voluta) per imporre alla gente tre parole: clima, inquinamento e ambiente, facendole passare per un solo concetto scientifico».
Cominciamo col clima…
«La geomorfologia del Quaternario si occupa dei processi morfogenetici del pianeta, attuali e del passato. La disciplina ci permette di capire i paleoambienti, i paleopaesaggi che sono il risultato delle continue interazioni tra cambiamenti climatici e forze endogene. Per esempio, le attuali conche intramontane dell’Italia centrale di Rieti, Fucino, L’Aquila, Sulmona, Sora erano aree occupate da laghi bellissimi con acque cristalline e potabili, e con biodiversità ben definite. I fiumi che vediamo oggi erano molto più brevi all’inizio del Quaternario, mentre nell’ultima glaciazione (l’uomo già esisteva e occupava territori) erano più lunghi. Il fiume Pescara, per esempio era 20 chilomeri più lungo, e la foce del Po era nel centro dell’Adriatico, all’altezza di Pescara».
Come lo sappiamo?
«Per esempio, perché sotto il primo strato di sabbie marine ritroviamo sedimenti continentali fluviali. Sono stati anche i cambiamenti climatici a permettere la risalita del livello del mare che, con il naturale scioglimento dei ghiacci, è arrivato al livello attuale. Le ricostruzioni paleoclimatiche, la definizione delle fasce o aree morfo-climatiche, le oscillazioni eustatiche, sembrano congetture, ma sono a loro volta rafforzate da ulteriori indagini indipendenti.
Per esempio?
«Le datazioni assolute con metodi radiometrici: per esempio, in numerosi sondaggi del terreno abbiamo trovato, anche a qualche decina di metri in profondità, tronchi fossili, datati di 10.000 anni, che testimoniano un ambiente e un clima diverso dall’attuale».
Ha citato studi localizzati alla nostra Penisola…
«Non sono l’unico geomorfologo al mondo. Altri miei colleghi – e, a dire il vero, io stesso – siamo andati a confrontare i risultati che le ho citato con quelli trovati studiando le aree polari artiche. Sono andato io stesso alle Isole Svalbard, a meno di 1.000 chilometri a Sud del Polo Nord, dove abbiamo visto come l’arretramento dei ghiacciai produce nuove forme e depositi. Da forme glaciali si passa a forme e depositi gravitativi e poi a forme e depositi fluviali. Tutto questo l’abbiamo confrontato con le valli e i fiumi dell’Italia centrale e abbiamo visto una forte similitudine tra i processi paleoclimatici italiani del passato e quelli attuali polari. Tutto conferma la forte ciclicità degli eventi naturali e come la forzante antropica poco – per non dire niente – possa fare per governare i cambiamenti climatici».
Però a volte questi cambiamenti inducono eventi meteo sgraditi.
«Gli eventi meteo, graditi o sgraditi, è impossibile evitarli anche se il clima fosse stabile. Le forze coinvolte sono troppe e il sistema molto complesso. Ma molto, moltissimo, possiamo fare invece per la pianificazione territoriale, soprattutto per il dissesto idrogeologico. Purtroppo la discussione attuale, non assolutamente scientifica, è effettuata solo sui social, nei talk show, nei notiziari e sui giornali».
Cosa addebita ai media?
«Si perdono di vista due aspetti scientifici fondamentali: le scale spaziali e temporali, che sono ben diverse da quelle umane. Noi vediamo lo spazio fino all’orizzonte permesso dai nostri occhi e, quanto al tempo, non andiamo oltre quello della nostra esperienza di vita. Quando lamentiamo che il tempo non è più quello di una volta, senza nulla dire della fallacia della nostra memoria, stiamo esplorando tempi che, dal punto di vista della Terra, sono attimi. Poi c’è un’altra cosa. Oggigiorno sembra che abbiamo smesso di osservare. I nostri antenati, e anche gli antichi romani, osservavano il territorio con molta attenzione, e poi coltivavano o costruivano. Oggi costruiamo un po’ ovunque, con scarsa attenzione. Non ho esitazioni a dire che oggi, tra la gente comune, voglio dire tra i non professionisti, i geologi più bravi al mondo sono il contadino per le aree terrestri e il pescatore per le aree marine: essi quotidianamente studiano, se così posso dire, l’evoluzione delle dorsali montuose, delle colline, delle pianure, e delle aree fluviali e del mare. Nelle trasmissioni televisive invece il concetto che passa è di un paesaggio statico».
Le ho promesso che le avrei chiesto della geologia…
«Purtroppo la scienza della Terra è una sorta di Cenerentola. E anche a scuola è considerata un optional, di poche ore. La conseguente generale ignoranza fa sì che mai si sente parlare in tv di analisi storica del territorio, di carsismo, di subsidenza, di geodinamica. Sono parole sconosciute ai più, ma al nostro pianeta no! La Terra è continuamente soggetta ai processi morfogenetici che ho nominato, e si diverte, per così dire, a creare forme di paesaggi, nascondendo i dati agli scienziati e rendendo lo studio del pianeta (quindi anche del clima) sempre più complesso. Quelli che vogliono farci credere di controllare il clima controllando un solo parametro – le emissioni antropiche di CO2 – avanzano una pretesa priva di fondamento scientifico».
Cos’altro?
«La geologia, come scienza, è lì e ci osserva, è la nostra coscienza, è il nostro grillo parlante, ma noi continuiamo a essere sordi e passivi di fronte ad una realtà che cambia continuamente, come ha sempre fatto nella sua ciclicità, oggi non più velocemente che in passato. Ogni pagina di questa storia è stata ed è via via condizionata dalla strada percorsa in precedenza; per questo, il mondo vivente è stato influenzato dall’ambiente fisico, è stato di conseguenza costretto ad adattarsi a continui cambiamenti climatici, dando origine a una continua evoluzione. Il territorio italiano è passato ciclicamente da aree con savane ad aree completamente coperte da ghiacciai, da linee di costa più alte a molto più profonde di quella attuale. La geomorfologia del Quaternario ci consente di leggere direttamente il territorio e ci fa vedere, a chi ha occhi per vedere, che non c’è alcuna emergenza climatica. Un mio sogno è una geologia intesa come una nuova educazione civica, per ritrovare la memoria storica del territorio nell’analisi delle stagioni e nei piccoli movimenti del terreno. Perché, ricordiamolo, la scienza si fonda, innanzitutto, sui fatti, cioè sulle osservazioni sperimentali».
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