- Alessandro Ambrosoli , l’ultimo erede del fondatore dell’azienda centenaria: «Esplosi con “Carosello”. E che legame con lo sport».
- Come il cortometraggio dell’Ambrosoli sviluppo nell’industria alimentare l’emulazione dello spot.
- Le norme sul packaging e quelle sull’etichettatura (Nutri-score) penalizzano le impresementre non si fa nulla per difendere gli insetti e la produzione.
Lo speciale contiene tre articoli.
Cent’anni l’impresa, compiuti in questi giorni, novanta lui che ha alle sue dipendenze milioni e milioni di operaie. Le api. E’ una storia che hanno incorniciato in un francobollo:Adolfo Urso ministro del made in Italy ha voluto celebrare sei aziende storiche con un“timbro” postale. Alessandro Ambrosoli da Runaach in comasco (Ronago) che è separato dalla Svizzera da una collina, classe 1933, è l’ultimo erede di Giovan Battista Ambrosoli, l’uomo che sussurrava alle api. Come suo padre anche lui è un chimico e deve aver scoperto che negli alveari c’è un elisir di lunghissima vita. L’ha raccontata in un libro(Mondadori Electa: Ambrosoli, una storia di famiglia e d’impresa) scritto a quattro mani con Silvia Cadrega in cui testimonia come da una passione innescata da una casualità si possa arrivare a fatturare 30 milioni di euro dopo un secolo, a detenere il 37% del mercato nazionale del miele, ad avere di fatto il monopolio delle caramelle al miele e di vendere il3,4% di tutte le caramelle in Italia. Una storia di crescita costante che tradotta in numeri fa quattro milioni e 136mila chili di miele, (più 13,4% 2022 su 2021), 400 milioni di caramelle che se si seminassero come le briciole di Pollicino farebbero in tre anni il giro dell’equatore. Perché ricordarsi di una novella: quella di Pollicino? “Oh bella, perché noi siamo diventati grandi grazie a un racconto che è dolce come il miele, delicato e immortale come una fiaba – risponde Alessandro Ambrosoli quasi cercando in un archivio di emozioni l’immagine giusta – universale come la carezza di una mamma. Sento ancora, esono passati tanti, tanti anni, qualcuno che canticchia dolce, cara mammina, la più bella mammina… la cura per i piccoli era una caramella Ambrosoli, magari quelle innovative al latte e miele, una colata di miele sul pane.” Un gingle che è diventato la colonna sonora del buono e dei buoni sentimenti.
Insomma come dire che la pubblicità è l’anima del commercio?
“Sì, ma detto così è un po’ riduttivo. E’ vero: l’Ambrosoli è diventata importante quando ha cominciato a comunicare. Questa è stata una delle geniali intuizioni di papà che è stata poi rafforzata da mio fratello Costantino. Fu mandato in America in Ohio nel ’26, tre anni dopo l’apertura della nostra impresa, a vedere come facevano le caramelle, come si produceva il miele e lui torno con un carico d’idee di marketing. Fu così che nel ’26, era da poco nata l’Eiar, la radio che mio papà volle fare i primi annunci. Racconto sempre un aneddoto che a me scalda il cuore. Allora la pubblicità in radio si faceva sotto forma di raccontini e a Milano c’era una ragazza di poco più di vent’anni che scriveva questi annunci. Ebbene quando negli anni 60 mi occupavo io del marketing ho conosciuto quella ragazza: era diventata il capo della Sipra, la concessionaria della pubblicità della Rai”.
Dolce cara mammina è una sua invenzione?
“No, ma è venuta fuori dopo poco che io ero entrato in azienda. Era nato Carosello e volevamo esserci. Ci spaventava da una parte l’investimento (spendemmo 43 milioni perla messa in onda!), ma dall’altra sapevamo che avevamo bisogno di espandere il mercato perché allora la distribuzione non era del tutto efficiente e facevamo fatica a vendere daRoma in giù. E così ci buttammo. Fu uno studio di Firenze a convincerci: cosa c’è di più dolce della mamma? E nacque il Carosello interamente disegnato a mano. In quattro anni tutti volevano il miele Ambrosoli”.
Un’intuizione come quella di Giovan Batista Ambrosoli, suo padre, da Como che era un chimico di prim’ordine formato nel rigoroso istituto svizzero di Winterthur?
“Si, anche se mio padre ha fatto molto di più. Da chimico ha viaggiato ovunque, halavorato ovunque, la formazione in Svizzera era molto rigorosa. Lui era di Como e allora laSvizzera era la destinazione dei comaschi che volevano studiare. Poi la fattoria della nonna rimase senza guida e lui arrivò qui a Ronago. A lui piaceva il miele e così stando in campagna voleva produrselo; fu un apicoltore comasco a regalargli le prime cinque famiglie di api. Erano le superstiti della guerra. Mio papà capì che poteva diventare un buon integratore del reddito agricolo. E’ stato il primo a fare apicoltura nomade, spostandole arnie dalla pianura alla montagna. Per farlo si costruì un cassone del camion dove metteva le casette delle api. La richiesta crebbe velocemente e così servivano tante api. E lui aprì anche la falegnameria per costruire le arnie. Nei primi tempi mia mamma invasettava, lui estraeva il miele e poi spedivano. Piano piano la famiglia crebbe e così l’azienda. Eravamo 8 fratelli. Lo sviluppo è stato molto rapido”,
Ma quando l’Ambrosoli è diventata leader di mercato?
“Direi quando il mercato è diventato nazionale: negli anni del boom. Quando sono entrato in azienda io già eravamo ben strutturati. La sponsorizzazione dello sport è stata il trampolino. Mi ricordo ancora la carovana del Giro d’Italia. Noi avevamo montato su un camion un’enorme ape, c’era chi aveva fatto il camion a forma di tubetto di dentifricio. Ambrosoli e sport sono un binomio inscindibile: abbiamo sponsorizzato Alberto Tomba e siamo sempre stati a fianco della Federazione sport invernali. Il concetto è: il miele è l’alimento principe per chi fa sport, ma è anche il dolce della dieta mediterranea. Cibo e salute sono il nostro primo impegno”.
Ma non avete fatto innovazione di prodotto?
“Differenziazione per un certo periodo è stata fatta con la cera d’api che andava benissimo per i parquet, per i mobili. Ma mio padre ci ha lasciato come suo testamento imprenditoriale questa massima: vi lascio piena libertà di conduzione dell’azienda, ma ricordate una cosa sola, la più importante: al miele non dovrete mai aggiungere nulla! Del resto lui usava ripetere: divenni apicoltore perché ero un consumatore appassionato di miele”.
Comprate miele ovunque, sicuri che la qualità sia per tutti uguale?
“In Italia il miele che si produce non ci basterebbe. Così siamo andati nel mondo a cercare i “giacimenti” migliori di miele. Quello argentino è stupendo, quello ungherese profumatissimo. Poi certo non si può rinunciare quando si trova al miele d’arancio siciliano, allo straordinario miele di sulla dell’Appennino centrale tra Abruzzo (dove andava a comprarlo già mio papà) e Marche o ai mieli rari della Toscana. Lo standard di qualità che noi ricerchiamo è costante e altissimo. Sia per i vasetti che per le caramelle”.
Il miele è anche buono da pensare?
“Mio fratello Giuseppe Ambrosoli era un medico missionario e ha sempre operato inUganda, a Kalongo dove c’è il Memorial Hospital e dove un anno fa Papa Francesco lo ha proclamato beato. La Fondazione Ambrosoli continua questa missione e se ne occupa mia figlia Giovanna mentre l’altra mia figlia Silvia si occupa di ricerca e sviluppo in azienda. La nostra continuità è una continua ricerca del buono e del bene”.
Da chimico non è che ha trovato nel miele l’elisir di lunga vita?
“Lo hanno trovato le api, lo ha trovato la natura. I gargarismi col miele venivano fatti per curare le vie aeree, gli atleti usano il miele per avere energia, il miele ha dentro di se il polline raccolto dalle api. C’è ora una grande attenzione alla natura, ebbene il miele è il dono della natura”.
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