«Al centro del G7 agricolo i pericoli dei cibi sintetici e redditi certi ai contadini»
Ettore Prandini (Ansa)
  • Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini: «Non è pensabile che chi coltiva la terra sia l’anello debole della filiera agroalimentare. Parleremo anche di Pac, che va cambiata e adeguata».
  • Il capodelegazione di Ecr a Bruxelles Carlo Fidanza: «Servono catene sicure d’approvvigionamento».

Lo speciale contiene due articoli.

Il mondo della terra è lì: a Ortigia si riunisce il G7; c’è anche mezza Africa, invitata dal ministro Francesco Lollobrigida ma, soprattutto, ci sono i rappresentanti di quelli che la terra la faticano, la curano: gli agricoltori. Li ha chiamati a raccolta la Coldiretti in un G7 delle associazioni agricole. Con Ettore Prandini – presidente di Coldiretti, 1,4 milioni di imprese associate – sfogliamo l’agenda di questo appuntamento che parte oggi per chiudersi il 28.

Un G7 anche delle associazioni agricole, ma cosa ha in comune un contadino siciliano con uno del Nebraska?

«Ne abbiamo tanti di temi comuni, ma uno è fortissimo: la difesa del valore e del reddito agricolo. Non è pensabile che siamo l’anello debole dell’agroalimentare. Ci sono agricoltori che non hanno di che sfamarsi perché ricevono un compenso troppo basso per i loro prodotti. Chi coltiva deve diventare protagonista della formazione del prezzo dei prodotti».

Siamo al «contadini di tutto il mondo, unitevi»?

«Siamo alla necessità di rivendicare il valore e la centralità agricola. E questo riguarda anche le nostre rappresentanze europee. Troppo spesso c’è un clima ovattato, di accordi al ribasso. Ci siamo e con ragione lamentati delle follie di Frans Timmermans, ma è pur vero che qualcuno ha avallato queste scelte: sono quei carrozzoni burocratici che non servono alla rappresentanza. Nei prossimi giorni, a Bruxelles, presenterò Farmereurope che riunisce le agricolture del Sud del continente: ci sono i francesi, arriveranno spagnoli e portoghesi».

Possibile che il commissario all’agricoltura sia Christophe Hansen che viene dal Lussemburgo, un Paese che è metà del Molise?

«Hansen è uno che si è già occupato di agricoltura. Per l’Italia c’è un dato altamente positivo: Raffaele Fitto avrà la supervisione anche delle politiche agricole e con lui gli agricoltori hanno un ottimo rapporto. Viene dalla Puglia che è una delle regioni agricole più importanti d’Europa. Quando si è trattato d’investire sull’agricoltura ha messo 3 miliardi del Pnrr. C’è, invece, un dato fortemente negativo: il discorso d’insediamento di Ursula von der Leyen. Non una parola sulla difesa del reddito agricolo, non una sul valore dell’agricoltura nel bilancio comunitario, non un accenno alla reciprocità. Di recente è stato concesso a Spagna e Grecia di usare agrofarmaci vietati all’Italia. Se un accordo esportazione vale per uno Stato membro, deve valere per tutti. In Europa c’è molte da mettere a posto».

Per esempio l’obbligo di origine, o l’abbandono del green deal?

«L’Europa deve decidere se vuole affrontare le grandi questioni mettendo a disposizione le risorse che servono o se vuole continuare a essere un carrozzone burocratico. Col Green deal gli oneri sono raddoppiati. Soprattutto per chi opera in montagna, nelle aree interne: così si disincentiva l’agricoltura e poi ci si lamenta che vengono giù le montagne. L’approccio del Green deal è stato disastroso. Se confronti la produzione italiana, che è specializzata, multifunzionale e orientata alla biodiversità, con i pascoli dell’Olanda,le due cose non stanno insieme. Se la redditività di un ettaro di terra in Italia è tre volte quella della media europea è perché la nostra è un’agricoltura specializzata, ma non puoi vietarmi gli agrofarmaci che peraltro hanno tempi di latenza brevissimi. Non puoi farlo con un Paese che ne ha diminuito del 24% l’uso negli ultimi dieci anni mentre gli altri l’hanno aumentato.»

E la Pac?

«La Pac va cambiata e adeguata. Sembra che l’Europa della sicurezza alimentare non se ne curi. Invece questo è il tema al centro del G7 e quando noi pensiamo ai nostri progetti in Africa, pensiamo a un sistema agricolo come quello italiano: ricerca, tecnologia, specificità e territorialità. Ma se l’Europa mette, in 7 anni, 386 miliardi e gli Stati Uniti, in dieci anni, 1.040 miliardi e i Paesi del Golfo investono più di noi è evidente che c’è una sottovalutazione della Pac così come è evidente che i contributi devono andare direttamente alle aziende, a chi veramente produce. Se si vuole sviluppare l’agricoltura di precisione anche per tutelare l’ambiente servono capitali. E poi ci sono due elementi che vanno di pari passo all’obbligatorietà della dichiarazione dell’origine del prodotto. Il primo è l’abolizione del cosiddetto codice doganale secondo il quale, ad esempio, tu puoi dichiarare italiano un prodotto che ha subito solo l’ultima trasformazione in Italia. È un danno per i coltivatori e un inganno per i consumatori. L’altro elemento è la reciprocità: tu non puoi far entrare in Europa prodotti che non abbiano rispettato le stesse regole imposte da noi».

Si, però il cambiamento climatico produce disastri…

«Bruxelles, su impulso di Ursula von der Leyen, ha stanziato 10 miliardi dei fondi di coesione a vantaggio di Repubblica Ceca, Romania, Polonia e Austria per i danni delle alluvioni. E l’Italia che ha avuto 8,5 miliardi di danni tra catastrofi naturali, peronospora, peste suina, xilella: non conta nulla? Ci dovrebbe essere un fondo comunitario che, in automatico, eroghi gli aiuti. Si dovrebbe lavorare sulle assicurazioni comunitarie. È pensabile che le imprese di Toscana, Marche ed Emilia-Romagna non abbiano ancora ricevuto nulla?»

L’Europa apre ai cibi da laboratorio: degli agricoltori si può fare a meno? Ne parlerete al G7?

«Sì: vogliamo che la libera scienza ci dica quali sono i rischi sia in termini di emissioni sia in termini di somministrazione di antibiotici per produrre, ad esempio, la carne sintetica. Il tema della bioresistenza è uno dei più allarmanti, allo stesso modo è allarmante non sapere quali sono gli impatti sulla salute. E poi c’è un argomento insuperabile: la cultura del cibo, la biodiversità, l’identità. Come si tutelano? In termini di sicurezza alimentare – come ci ha insegnato il Covid e, purtroppo, ci stanno indicando i conflitti – si può concentrare la produzione di cibo in pochissime mani?».

Prandini, ma è vero che stava per fare il ministro dell’Agricoltura?

«Siamo seri: il ministro Lollobrigida fa egregiamente il suo compito. E poi c’è un tema che riguarda Prandini. Ho preso impegno con i milioni di soci di Coldiretti che avrei portato a termine il mio compito. Abbiamo cambiato lo statuto per consentirmi un secondo quinquennio. Io sono lineare anche se mi accorgo che la linearità non paga molto. Il mio compito è guidare la Coldiretti per difendere l’agricoltura italiana e svilupparla. Altro non m’interessa».

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