- Pfizergate, gli avversari del capo della Commissione europea accusano: «Avendo agito segretamente lo scudo decade. Ursula doveva essere sospesa». E adesso sono in discussione anche le competenze della Procura Ue. La parte civile denuncia interferenze.
- Le bugie su Wuhan inguaiano Anthony Fauci. La manipolazione del virus nel laboratorio ora è stata ammessa davanti al Congresso.
Lo speciale contiene due articoli.
Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita».
Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) – diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi – che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri – che hanno accettato le condizioni – a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».
Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione».
C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >