- A 25 anni dalla legge che restituisce alla collettività le ricchezze sottratte ai racket, 20.000 immobili su 37.000 restano sospesi. Preda di incuria e vandali o perfino rimasti in possesso degli illegittimi proprietari. Dopo la mafia, va sconfitta anche la burocrazia.
- L’ex toga antimafia Gian Carlo Caselli: «Per far funzionare la norma del ’96 serve semplificare e investire, ma manca la volontà politica. Le aziende confiscate potrebbero essere motore di sviluppo. Invece ci si arrende al loro fallimento».
Lo speciale contiene due articoli.
Una guerra a metà, impantanata tra la mancanza dei fondi e la scarsa volontà politica. La lotta dello Stato alla criminalità organizzata si ferma ancora alla sua prima fase, quella repressiva, con i sequestri e le confische dei patrimoni accumulati dai clan. Il secondo momento, quello della restituzione dei beni alla collettività, continua a zoppicare tra le lungaggini burocratiche. L’analisi dell’attività svolta dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc) parla chiaro. Secondo il dossier FattiPerbene, elaborato da Libera a 25 anni dalla legge che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati, 5 immobili su 10 restano ancora da destinare; le aziende confiscate e destinate sono state quasi tutte liquidate.
Su 37.300 immobili sottratti definitivamente ai clan, 17.316 sono tornati alla collettività. Gli altri (19.984) restano ancora in pancia all’Agenzia. Di quelli destinati, «circa la metà attende ancora una effettiva rifunzionalizzazione», si legge nell’ultima relazione disponibile redatta dall’Agenzia. «Fin qui la legge ha prodotto importanti esperienze, ma ci sono ancora troppe criticità nei processi amministrativi, risolvibili solo se questo tema diventa una priorità nell’agenda politica», spiega alla Verità Gianpiero Cioffredi, presidente dell’Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio. «Per troppo tempo, l’agenzia è stata una sorta di scatola vuota, con pochi fondi e risorse. Di fatto, avevano le mani legate». La concentrazione territoriale dei beni finisce per complicare anche il processo di gestione in mano agli enti: «Ci sono Comuni che si trovano a gestire un numero spropositato di immobili, e sono costretti a farlo con risorse che non hanno», continua Cioffredi. «Basterebbe investire nella ristrutturazione dei beni confiscati una parte del Fondo unico giustizia, nel quale convergono tutti i soldi sequestrati con le operazioni antimafia. Sono anni che le amministrazioni e le associazioni chiedono un sostegno maggiore da quel fondo».
I ritardi nella gestione del patrimonio ne hanno spesso causato la perdita di valore: ci sono palazzi, alberghi negozi abbandonati da anni, saccheggiati e spogliati di ogni cosa. Come raccontato in queste pagine, a volte sono le stesse organizzazioni a vandalizzare le strutture, approfittando dei tempi lunghi che separano il sequestro dalla confisca definitiva. In altre occasioni, addirittura, capita che la confisca non sia sufficiente: le famiglie dei clan continuano a utilizzare appartamenti, ville e terreni come se nulla fosse. Nella relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia, per esempio, è spuntato fuori il paradosso di Gravina di Catania, dove le abitazioni confiscate in via definitiva nel 2018 alla famiglia Zuccaro «hanno continuato ad essere impunemente e tranquillamente occupate dai vecchi proprietari».
Si tratta delle case del boss Maurizio Zuccaro, clan Ercolano-Santapaola, messe a bando dall’Agenzia per i beni confiscati: villa con piscina e una serie di appartamenti in cui hanno abitato i figli, la madre e altri familiari. Tutte tranquillamente abitate, come rivelato dall’amministratore giudiziario contattato dall’associazione interessata a rilevare i beni: «Voi dovete sapere», ha spiegato ai membri dell’organizzazione I Siciliani giovani, «che se volete andare a fare il sopralluogo, dobbiamo andare a farlo con i carabinieri perché l’immobile è occupato». E ancora, in una seconda telefonata riportata nei verbali della commissione d’inchiesta regionale: «Fermiamo tutto perché noi non possiamo permetterci di effettuare un sopralluogo prima dell’avvenuto sgombero dei locali». Meglio è riuscita a fare la funzionaria dell’Agenzia per i beni confiscati, che, di fronte all’occupazione, ha dato una risposta senza appello: «L’amministratore giudiziario avrebbe dovuto dissuadere dall’effettuare il sopralluogo. L’associazione avrebbe potuto tranquillamente scegliere altri beni da avere affidati visto che c’erano quei problemi».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >