«Strane obbligazioni per Fusillo a Malta. E Pop Bari sapeva…»
  • Dietro il crac di due società del gruppo, esposto con la banca, 50 milioni da un fondo estero. «Segregazione patrimoniale».
  • Comprati dal costruttore e poi, dopo il suo fallimento, finiti alla cassaforte del Sud.

Lo speciale contiene due articoli.

Sarebbe stato il debito contratto con un fondo maltese, del quale i vertici della Banca popolare di Bari ai tempi della gestione Jacobini sarebbero stati consapevoli, a mandare a gamba all’aria definitivamente due tra le società più imponenti del gruppo Fusillo, il più esposto con l’ex colosso bancario del Mezzogiorno.

È il 4 febbraio 2019 e nella cancelleria del Tribunale civile di Bari viene depositata un’istanza di fallimento per la Fimco spa e per la Maiora group, aziende sostenute dalla Banca popolare di Bari nonostante galleggiassero ormai in pessime acque. Quando gli investigatori si sono accorti che a presentare la richiesta di fallimento era la Futura fund sicav, con sede a Malta, che rivendicava un credito da parte delle due aziende riconducibili all’imprenditore Vito Fusillo, deve essersi accesa la classica lampadina. La Procura di Bari a quel punto ha deciso di vederci chiaro. Ed è saltato fuori che la Fimco spa e Maiora group hanno accumulato debiti per 87 milioni di euro e per evitare la bancarotta hanno chiesto di essere ammesse al concordato preventivo.

Si è scoperto che c’era il prestito obbligazionario emesso dalle due società e sottoscritto dal fondo di investimento maltese. Il nome: Futura funds sicav pie. Con una figura centrale: «Il finanziere Girolamo Stabile (indagato ndr), all’epoca dominus del fondo Futura e, in tale veste», scrive la Procura in un documento giudiziario di cui La Verità è entrata in possesso, «artefice delle trattative intercorse con il management del gruppo Fusillo per l’erogazione del prestito». Stabile ha poi definitivamente interrotto ogni rapporto con il Fondo futura funds a settembre 2014, pochi mesi dopo aver negoziato l’emissione del bond con Vito Fusillo. Con Fusillo, poi, lo stesso Stabile proseguirà la collaborazione, attraverso un altro fondo. Al centro ci sono due prestiti obbligazionari da 25 milioni di euro al tasso del 5% annuo, con rimborso dell’intero capitale in un’unica soluzione alla scadenza dei cinque anni. E con «il diretto coinvolgimento», sottolineano i pm, della Banca popolare di Bari. Perché «il denaro oggetto di prestito viene riversato su conti correnti accesi dalle due società nell’istituto di credito barese».

L’operazione, quindi, ha visto entrare nelle casse di Fimco e Maiora 50 milioni di euro sui quali maturavano interessi passivi pari a 13 milioni. Per qualsiasi imprenditore si fosse presentato alla Popolare di Bari con quella operazione sarebbero scattati controlli su controlli e analisi tecniche. In questo caso, invece, c’è stata una corsia che viene ritenuta preferenziale dagli investigatori. «Stupisce rilevare», valutano gli investigatori, «come, tra la documentazione posta a sostegno di un così rilevante prestito obbligazionario, sia del tutto assente qualsivoglia riferimento a un piano industriale da cui potesse evincersi, all’epoca dell’operazione, un’analisi dettagliata sulle prospettive di rientro, ossia sulla capacità delle due società, Fimco e Maiora, di onorare i rilevanti impegni assunti: restituire in unica soluzione la somma complessiva di 50 milioni di euro entro cinque anni e corrispondere gli interessi annui nella misura del 5%».

Per dirla come la Procura, «un primo cono d’ombra nei rapporti esistenti già dal 2013 tra Stabile e il management delle società oggi fallite». Ma sono solo i prodromi di quello che, tra il 2015 e il 2016, porterà, secondo l’accusa, al compimento di una gigantesca operazione di «segregazione patrimoniale» ritenuta sospetta. La girandola di fondi viene ritenuta «dal forte connotato distrattivo». Perché confluiti infine nel fondo Kant, con sedi in Lussemburgo e a Gibilterra, veicolo finanziario, si è scoperto, interamente controllato dallo stesso Stabile.

La finalità, secondo l’accusa, era quella di incrementare la dotazione immobiliare utilizzata negli anni successivi quale leva finanziaria per ottenere ulteriori prestiti (stavolta erogati da Banca Popolare di Bari) in misura largamente eccedente rispetto ai margini di effettiva sostenibilità. In poche parole, con il prestito del fondo maltese le due società di Fusillo hanno comprato immobili che, poi, sono stati posti alla base di prestiti erogati dalla Popolare di Bari. Ecco perché i magistrati nutrono non pochi «dubbi» sulla «piena consapevolezza» dei vertici bancari. Anche perché il gruppo Fusillo rappresentava la principale posizione creditizia della banca e le somme provenienti dal fondo maltese erano state interamente bonificate sui conti accesi alla Popolare di Bari. È questa l’operazione, mai ricostruita prima, che fa da premessa a quello che si rivelerà come l’inevitabile esito fallimentare dell’enorme gruppo imprenditoriale, schiacciato sotto il peso del debito con il fondo maltese divenuto via via insostenibile.


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