- Il direttore dell’Espresso nega, ma le smentite sono due. E se la talpa fosse stata con Gianluca Savoini cadrebbe l’ipotesi maxi tangente.
- L’analista Igor Pellicciari che insegna a Mosca: «I russi non trattano affari di quel tipo nelle hall degli alberghi. Tutti sanno che sono sorvegliati».
Lo speciale contiene due articoli
Ci mancava il Watergate. Marco Damilano, direttore dell’Espresso, nel difendere l’inchiesta Rubligate, giunge all’ardito paragone e trasforma Giovanni Tizian e Stefano Vergine nei nuovi Bob Woodward e Carl Bernstein. Forse ci vorrebbe maggiore sobrietà soprattutto quando non si dirige il Washington Post, ma un settimanale il cui precedente direttore, Luigi Vicinanza, è saltato su un’intercettazione inesistente, sulla fantomatica frase «Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre». Di quell’audio non si è trovata traccia e l’Espresso e i suoi giornalisti continuano a pagar dazio nelle aule dei tribunali.
Il Rubligate è iniziato a febbraio, quando Tizian e Vergine pubblicarono in anteprima sul settimanale un capitolo del Libro nero della Lega. In quel capitolo erano riportati fatti e frasi reali. Ossia virgolettati autentici della celebre colazione del Metropol del 18 ottobre 2018, quella in cui sei personaggi in cerca d’autore, discussero di petrolio e finanziamenti alla Lega. I cronisti indicarono tra i presenti anche il manager Ylia Andreevich Yakunin e di quell’incontro captarono alla lettera ogni frase che venne pronunciata in tre diverse lingue, anche se non hanno mai dichiarato di possedere una registrazione. Hanno solo detto di essere stati seduti di fianco al sestetto, malgrado non ci siano foto a testimoniarlo. Nel loro resoconto riferirono anche di un appuntamento riservato del 17 ottobre tra Salvini e il vicepremier russo con delega all’Energia, Dimitry Kozak, abboccamento che sarebbe avvenuto nello studio dell’avvocato Vladimir Pligin, considerato vicino a Yakunin. La Verità ha trovato conferma a questi appuntamenti e sabato scorso ha dato conto di un «summit segreto» che «non sarebbe stato registrato nell’agenda ufficiale della giornata (di Salvini, ndr), perché i russi avrebbero chiesto riservatezza».
È chiaro che i giornalisti dell’Espresso hanno un’ottima fonte. La quale era informata sia dell’incontro nello studio di Pligin che di quello del Metropol. Noi della Verità abbiamo scritto che a chiedere il faccia a faccia con Kozak del 17 era stato Gianluca Savoini, un traffichino padano che conosce Salvini dal 1991. Lo stesso Savoini partecipò la sera alla cena del ristorante Ruski, sempre con Salvini. Ed era presente anche la mattina al Metropol. Chi poteva conoscere gli spostamenti di Savoini con tanta precisione? Siamo pronti a scommettere che, per quanto abili, Tizian e Vergine non pedinarono i tre italiani nella due giorni russa. E ci viene difficile credere che i servizi segreti russi abbiano bussato alla porta dell’Espresso per recapitare il nastro del Metropol. E allora? Savoini a Mosca aveva almeno due accompagnatori: l’avvocato massone Gianluca Meranda e il consulente bancario, ex sindacalista Cisl ed ex Margherita, Francesco Vannucci. E, secondo le nostre fonti, è in questo piccolo mazzo che, probabilmente, va ricercata la fonte dell’Espresso.
Nel suo ultimo editoriale Damilano punta il dito contro una stampa «che agevola chi vuole trasformare un fatto in un’opinione, un’inchiesta ben documentata in un mistero in cui tutto si confonde». Poi si allarga: «Siamo in un Paese in cui l’inizio dell’inchiesta sul Watergate avrebbe portato gli altri giornali a indagare sulla fonte del Post, gola profonda, piuttosto che sugli uomini di Nixon».
Damilano sembra infastidito dall’interesse di questo giornale per l’identità della talpa che ha tirato fuori l’audio del Metropol. Ma il suo informatore molto probabilmente non ha lo spessore e la credibilità di un Mark Felt, all’epoca vicedirettore Fbi.
Il nostro quotidiano ha già raccontato le biografie un po’ sgangherate degli italiani che erano al Metropol e ha svelato la storia opaca di Meranda, l’avvocato cacciato dalla massoneria e in crisi economica da almeno due anni che trattava al Metropol a nome di una società che non lo aveva autorizzato e con cui non aveva più nessun accordo di lavoro dal 17 luglio 2017. È Meranda ad aver registrato il colloquio dell’hotel moscovita e ad aver consegnato l’audio all’Espresso, insieme ai dettagli degli incontri del 17 e 18 ottobre di cui era edotto?
Lo ha fatto per risentimento, poiché nessuno dei suoi interlocutori ha mai sganciato un soldo per la sua collaborazione, né Savoini, né la Euro-Ib, la società di consulenza con cui era in rapporti? Noi abbiamo provato a rivolgere queste domande direttamente a Meranda e al suo avvocato, ma non abbiamo ottenuto risposta. A dire il vero anche Damilano ieri ha preferito attaccare velocemente il telefono, evitando domande non gradite.
Ora il direttore comprenderà che non è secondario sapere se la gola profonda del Rubligate sia un uomo al vertice delle istituzioni o un massone con l’acqua alla gola. Anche perché se il testimone fosse Meranda, non si tratterebbe di uno spettatore neutrale della trattativa per l’oro nero, ma di colui che al Metropol ha guidato le danze e spinto il discorso su una china scivolosa, parlando di mazzette da consegnare ai russi. Le chiacchiere del Metropol erano genuine o orientate da chi stava registrando per chissà quale scopo? Il Rubligate probabilmente non passerà alla storia come il Watergate, ma riteniamo che quando si scoprirà chi abbia dato all’Espresso e al sito Buzzfeed informazioni e file audio sarà più facile valutare l’attendibilità e il peso delle dichiarazioni del Metropol.
Infine Damilano scrive che «finora non una riga delle nostre inchieste è stata smentita e nessuna querela è arrivata». Come dire: abbiamo ragione al 101 per cento. A essere onesti a noi risulta che almeno uno dei personaggi citati negli articoli dei suoi giornalisti si sia già rivolto alla magistratura. Si tratta di Andrea Mascetti, avvocato e consigliere d’amministrazione di Banca Intesa Russia, manager citato nei discorsi del Metropol come uomo vicino alla Lega. Il 3 maggio 2019 avrebbe querelato l’Espresso per l’inchiesta del 24 febbraio 2019, quella sull’incontro del Metropol, e La Stampa che aveva ripreso un’anticipazione del settimanale il 22 febbraio scorso. Ma ci risulta che Mascetti avesse già denunciato l’Espresso il 29 giugno 2018 per un articolo del primo aprile dello stesso anno. Quindi se «nessuna querela è arrivata», almeno due sono partite. Ma siamo certi che anche i veri Woodward e Bernstein per le loro inchieste abbiano avuto i loro grattacapi giudiziari.
Giacomo Amadori
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