Libia, Serraj sgancia la bomba immigrati. «In 800.000 pronti a partire»
  • Il premier libico: «Khalifa Haftar è un cancro nel Mediterraneo». Una brigata del generale si arrende. Scovati 007 francesi al confine tunisino.
  • Giuseppe Conte incontra il capo della Tripolitania e il numero 2 del Qatar: «Cessate il fuoco subito». Il ministro della Difesa: «Con la guerra avremmo rifugiati da accogliere». Matteo Salvini la stoppa: «Attracchi sigillati».

Lo speciale contiene due articoli

Ottocentomila persone, poco meno degli abitanti della città metropolitana di Genova. Sarebbe questo, secondo il premier libico Fayez Al Serraj, il numero di migranti pronti a partire dalle coste della Libia dopo l’offensiva del generale Khalifa Haftar. Intervistato da Repubblica e Corriere della Sera, il capo del governo di accordo nazionale, l’esecutivo riconosciuto dall’Onu e sostenuto Italia Qatar e Turchia, ha invitato il nostro Paese a «fare presto» per evitare un’invasione: «Non ci sono solo gli 800.000 migranti potenzialmente pronti a partire», ha spiegato Serraj a Repubblica, «ci sarebbero i libici in fuga da questa guerra, e nel Sud della Libia sono già ritornati in azione i terroristi dell’Isis che il governo di Tripoli con l’appoggio della città di Misurata aveva scacciato da Sirte tre anni fa».

Serraj fa appello alla comunità internazionale e lancia accuse al rivale Haftar: «Le sue truppe attaccano le strutture civili». «A Tripoli non ci sono terroristi come sostiene l’uomo forte della Cirenaica», continua il premier lasciando intuire che dietro la campagna lanciata da Haftar altro non ci sia che la volontà di mettere le mani sulla capitale e di conseguenze sulle entrate del petrolio.

«Ci auguriamo che la comunità internazionale operi al più presto per la salvezza dei civili», dice Serraj proprio nel giorno in cui a Roma il premier italiano, Giuseppe Conte, e il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, avevano in agenda due incontri: quello con Ahmed Maiteeq, vice di Serraj e uomo forte di Misurata, e con Mohammmed Bin Abdulrahman Al Thani, vicepremier e ministro degli Esteri del Qatar. I due, tra l’altro, sono amici di lunga data.

Sempre sull’asse Roma-Doha, oggi Emanuela Del Re, viceministro degli Esteri, interverrà alla Georgetown University in Qatar. Sull’asse Roma-Dubai, invece, sempre oggi, il vicepremier Luigi Di Maio incontrerà lo sceicco Abdullah Bin Zayed Al Nahyan, ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, l’uomo che, come ricostruito dalla Verità, a fine febbraio, più di un mese prima dell’inizio degli scontri a Tripoli, passò da Roma e incontrò l’altro vicepremier, Matteo Salvini, per consigliare all’Italia di scaricare Serraj e sostenere Haftar.

Serraj ringrazia l’Italia per aver tenuto aperta l’ambasciata a Tripoli, «per mantenere in funzione l’ospedale da campo a Misurata» e «per il supporto politico» offerto dal governo. Poi però avverte: «Siamo di fronte a una guerra di aggressione che potrà diffondere il suo cancro in tutto il Mediterraneo».

Come faceva Muammar Gheddafi, così ora fanno Haftar e Serraj: utilizzano il rubinetto dei migranti come strumento di ricatto. Né più né meno di quanto fatto negli anni scorsi dalla Turchia con l’Europa. Il numero, 800.000, fornito da Serraj non è nuovo: il premier tripolino lo ripete da mesi nei suoi viaggi per il Vecchio continente. Ma delle due, una: o Serraj ha ragione sui numeri e il dossier presentato alcuni giorni fa al premier Conte dagli 007 italiani che parlava di 6.000 migranti pronti a partire dalla Libia è sbagliato, oppure il premier tripolino, approfittando della giornata calda di ieri, l’ha sparata un po’ grossa.

Intanto, dallo scoppio delle ostilità, il bilancio è salito a 130 morti, 560 feriti e 16.000 sfollati. Ieri, un’intera brigata militare proveniente da Tarhuna e appartenente alle forze di Haftar si è consegnata uomini e mezzi (tra cui diversi pick up e blindati) alle forze di Misurata, alleate di Serraj, nella periferia Sud di Tripoli. Nella notte tra domenica e lunedì, invece, gli uomini dell’autoproclamato Esercito nazionale libico avevano lanciato cinque missili Grad sul quartiere di Abu Slim, causando almeno tre feriti e distruggendo diverse auto parcheggiate nei pressi. E ieri c’è stato il primo attentato a Bengasi da quando è iniziata l’offensiva su Tripoli: un’autobomba è esplosa al passaggio della vettura del colonnello Adel Marfoua, comandante dell’antiterrorismo di Haftar, che è riuscito a sfuggire illeso.

In questo contesto, gli Usa rafforzano la presenza militare navale nel Mediterraneo con l’ingresso di una portaerei, un incrociatore lanciamissili e un cacciatorpediniere che saranno operativi a Napoli. Un segnale all’attivismo della Russia ma anche di sostegno a Roma e Tripoli. La Francia, invece, rimane al fianco di Haftar pur dopo averlo criticato. Secondo quanto riferito da Arabi 21, domenica 13 cittadini francesi sono stati fermati al confine tunisino, in uscita dalla Libia. Si tratterebbe, secondo il sito vicino al Qatar, di consiglieri militari delle forze di Haftar.

Aggiungendo a questo il rinvio a data da destinarsi della conferenza nazionale libica prevista in questi giorni sotto l’egida delle Nazioni Unite, è sempre più chiaro il fallimento della mediazione internazionale per evitare la soluzione militare e favorire quella politica. Ieri, intervistato dalla radio della Bbc, l’inviato Onu in Libia, Ghassan Salamé, ha dichiarato che l’offensiva di Haftar su Tripoli «è più un golpe» che un’azione contro antiterrorismo. Una presa di posizione dura e nuova per il diplomatico, che sembra confermare quelle voci che lo danno prossimo alle dimissioni, con un paio di mesi d’anticipo sulla fine del suo mandato.

Gabriele Carrer

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