- A Roma l’Ama dà incentivi a chi si presenta al lavoro. In Sicilia gratificato il 97,5% dei burocrati, compresi quelli che sparivano dall’ufficio A Napoli s’inventano la «produttività di gruppo». Ecco l’Italia dei lavativi impuniti, anzi, ricompensati.
- L’ex sindacalista: «I colleghi furbetti del cartellino hanno fatto carriera, mentre io subisco mobbing».
- Da Giovanni Castellucci a Banca Etruria, i responsabili dei fallimenti intascano felici. Alla faccia di chi perde il posto o i risparmi.
Lo speciale contiene tre articoli
Per incentivare gli operatori ecologici a recarsi al lavoro con regolarità, a Roma, la municipalizzata che si occupa di rifiuti (Ama) si è inventata i premi per i non assenteisti. Grazie a un accordo con i sindacati, l’azienda, che da anni registra un tasso di assenteismo tragicamente stabile al 15% (ogni giorno mancano dal lavoro 1.200 netturbini) ha deciso, nell’estate del 2018, di investire nientemeno che sei milioni di euro per tentare di motivare i dipendenti a non sfruttare barbaramente malattie, permessi o agevolazioni da legge 104 per rimanere a casa a ridosso delle festività o delle ferie, come regolarmente accade. Così i dipendenti che non supereranno la percentuale del 4,7% di assenze dal servizio riceveranno, a fine anno, un bonus da 260 euro lordi in busta paga, come ringraziamento speciale per… aver fatto il proprio dovere.
Voglia di lavorare saltami addosso, diceva il proverbio e, a quanto sembra, nel nostro Paese, di quella voglia non ce n’è mai abbastanza. In barba alle riforme annunciate e agli inasprimenti delle sanzioni che i ministri (da Renato Brunetta a Marianna Madia) hanno reso legge, nella pubblica amministrazione il problema rimane. Aggravato, anzi, dal fatto che, spesso, chi lavora poco e male, non solo non viene punito ma viene addirittura premiato. In denaro o con avanzamenti di carriera: un vero toccasana per il senso di impunità degli scansafatiche. Qualche esempio? A Palermo lo scorso febbraio il Tribunale ha prosciolto «per la speciale tenuità del fatto», quattro commessi del Comune che, nell’ottobre del 2013, erano stati scoperti fuori dal posto di lavoro, anche se risultavano presenti. I tre sono stati ritenuti ritenuti «non punibili», grazie al fatto che l’amministrazione comunale, guidata da Leoluca Orlando, nell’immediatezza dei fatti, non ritenne necessario infierire. Non solo; nei confronti dei furbetti, non fu adottato alcun provvedimento disciplinare, ma uno dei tre, nonostante il processo in corso, venne adibito a «mansioni di maggiore prestigio», diventando nientemeno che «commesso del sindaco». Ragion per cui il Tribunale ha ritenuto di far prevalere la «particolare lievità del fatto».
Situazione simile a Catania, dove, da anni, il sindacato di base Usb denuncia l’elargizione a pioggia di bonus e prebende a tutti i dirigenti dell’ex provincia divenuta oggi città metropolitana. Dopo la riforma Delrio, «a fronte di 13 servizi», l’ente conta ancora 29 posti da dirigente. Nel 2019, «a tutti i dirigenti in carica è stata corrisposta non solo l’indennità di posizione ma anche quella di risultato», a prescindere dal grado di raggiungimento dei risultati stessi. «L’Organismo indipendente di valutazione che dovrebbe supervisionare le performance è venuto meno al proprio ruolo», ha denunciato con un esposto Sergio Giambertone «e dopo aver sostenuto in una relazione che “la maggior parte degli obiettivi premiati risultava riferibile all’ordinaria amministrazione” e che alcuni di questi non erano nemmeno stati svolti, ha comunque permesso che “i 200.000 euro del fondo premi venissero redistribuiti tra tutti dirigenti”». E se i Comuni piangono, la Regione Sicilia non ride.
Secondo un’indagine della Commissione europea, l’efficienza della pubblica amministrazione dell’isola è tra le peggiori d’Italia e d’Europa. Eppure, come riporta il Quotidiano di Sicilia, nel 2018, dei 1.395 burocrati in servizio, i premiati sono stati ben 1.360 (il 97,49% del totale), per la modesta cifra di 7,9 milioni di euro (5.900 euro in media per ciascun dirigente). Somme nettamente più alte di quelle della Lombardia, che nello stesso periodo ha speso per le indennità di risultato 3,8 milioni. Non va meglio in Molise, dove, all’inizio di marzo, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei conti, l’azienda sanitaria regionale (Asrem) è stata citata per maxi premi che venivano pagati ai dirigenti, addirittura prima che qualcuno si occupasse di certificare i risultati ottenuti.
Come riportato durante la cerimonia, «l’illegittima erogazione della retribuzione di risultato, distribuita in spregio delle norme che prevedono una corresponsione in base ai risultati raggiunti», ha provocato un danno erariale da 3,7 milioni euro. I fatti risalgono al 2011, anno in cui l’azienda premiò, indistintamente, tutto il personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria non medica «con provvedimenti di liquidazione postumi rispetto ai pagamenti effettuati». Asrem, d’altro canto, non era nuova a questo tipo di situazioni: nel 2016 l’azienda sanitaria aveva accordato un aumento in busta paga, tra i 700 e i 1.200 euro annui, a 13 dipendenti «fannulloni» imputati in un processo per assenteismo.
Anche la Regione Umbria, dal canto suo, quando si tratta di premi non bada a spese. Come ha segnalato il consigliere Sergio De Vincenzi, la giunta Pd, lo scorso Natale, «ha lasciato sotto l’albero di 48 dirigenti regionali meritevoli, ricchi premi per un totale di 3,2 milioni di euro e nemmeno qualche traccia di carbone». Premi assegnati a funzionari che sono «in carica per nomina diretta» e che «dovevano occuparsi per esempio della progressiva decongestione ed estinzione delle liste d’attesa per le visite e gli interventi sanitari, ogni anno riproposta come obiettivo e che puntualmente resta frustrata» o della «prevenzione dei siti ad alto rischio idrogeologico che restano delle bombe a orologeria in molte zone del nostro territorio», ha precisato il civico.
Passando all’Emilia Romagna, qualche settimana fa, il sindacato degli insegnanti Gilda ha presentato un esposto all’Autorità anticorruzione. dopo che l’Ufficio scolastico ha emesso il Piano regionale di valutazione dei dirigenti scolastici, prevedendo più soldi in busta paga per i dirigenti che eviteranno le bocciature. L’ufficio l’ha definito «riduzione dei tassi di insuccesso», ma in sostanza il provvedimento monetizza le valutazioni più o meno positive degli alunni.
A poter usufruire di benefici economici in busta paga saranno i presidi che garantiranno la promozione del maggior numero di alunni e, secondo il sindacato, «questo rischia di minare l’imparzialità e il buon andamento di una pubblica amministrazione», incentivando i dirigenti e di conseguenza gli insegnanti a chiudere un occhio su determinate mancanze per far procedere i ragazzi.
Comunque sia, quando è il momento di distribuire prebende, tutto il mondo è paese. Nel solo 2017 la presidenza del consiglio dei Ministri ha speso più di 4 milioni di euro per premiare con i bonus di risultato i dirigenti di prima e seconda fascia, evidentemente tutti precisi ed efficaci. Sul totale dei dipendenti delle strutture, infatti, la percentuale dei dirigenti con punteggio inferiore a 100 centesimi è stata appena del 5%. Passando a Piacenza, nel giugno del 2017, la Guardia di finanza, con blitz in municipio, beccò fuori ufficio ben 50 dipendenti (su 600 complessivi), che, pur risultando presenti, erano invece affaccendati in commissioni personali. A quella vicenda, che portò anche ad alcuni licenziamenti, l’amministrazione comunale non reagì con durezza, anzi. Lo stesso anno, come nei successivi, «i dirigenti sono stati premiati», compresi «i vertici che dovevano vigilare sul corretto funzionamento degli uffici comunali e che non hanno vigilato», ricevendo tuttavia laute prebende a fine anno in busta paga. A proposito di premi, però, quello per l’originalità, se lo aggiudica certamente Napoli, dove dal 2013, grazie a una delibera di giunta firmata Luigi De Magistris, esiste la «produttività di gruppo», uno «strumento utile all’amministrazione comunale per remunerare le prestazioni dei dipendenti», in aggiunta al normale stipendio. E non parliamo di pochi spiccioli: per il 2018, lo stanziamento ammontava a 3,8 milioni di euro e, come era prevedibile, è andato tutto esaurito.
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